Il Sud e le sue catene invisibili: mentalità, miti e sviluppo
C’è una voce antica nella nostra psiche che ci ha insegnato a diffidare, a chiuderci, a sopravvivere invece che a vivere.
Spesso, a Sud, per non farsi prendere dallo sconforto derivante dalla consapevolezza di avere ottenuto tutti gli svantaggi della modernità quali inquinamento, stress e anomia, senza i vantaggi e cioè infrastrutture, servizi essenziali efficienti e possibilità di accesso alla cultura: ci si illude di essere i detentori di un tipo di società rurale, genuina, più integrata con la natura, fatta di persone potenzialmente felici in armonia con l’ambiente circostante.
Ma questa favola, appena si scende nella vita concreta, si dissolve. La realtà è molto diversa: il mito dell’ideale bucolico o del buon selvaggio, è stato da tempo smontato da antropologi e studiosi dello sviluppo, che ci hanno mostrato come le società rurali e contadine siano portatrici di modelli mentali che inibiscono il pieno sviluppo della persona umana.
Persistiamo, noi occidentali, in un pregiudizio positivo verso la vita contadina, radicato sin dall’antichità: la convinzione che la campagna custodisca virtù morali superiori alla città. Foster già nel ’73 ci avvisava: mettere in discussione questo mito è come scalfire le fondamenta della nostra civiltà. Eppure bisogna farlo, senza però idealizzare il caos urbano. Serve qualcos’altro. Qualcosa di nuovo.
Oscar Lewis, studiando una comunità messicana, rimase colpito dalla diffidenza reciproca, dalla mancanza quasi assoluta di cooperazione, dalla paranoia verso chiunque emerga o si distingua.
[…] rimasi colpito dalla mancanza di cooperazione, dalla tensione tra le diverse frazioni appartenenti a uno stesso territorio comunale, dalla divisione all’interno di ogni frazione e dalla paura pervasiva, dall’invidia e dalla sfiducia riscontrabili nelle relazioni interpersonali.
Il pettegolezzo è continuo e pesante […]. I fatti capitati alle persone vengono distorti inconsciamente o a bella posta […] i parenti e vicini fanno presto a dar credito alle cose peggiori e le intenzioni degli altri sono sempre messe in dubbio […]. Le persone di successo, sono bersagli popolari delle critiche, dell’invidia e dei pettegolezzi maliziosi.
Lewis (1951)
Un clima psicologico ancora oggi rintracciabile nelle nostre terre.
Foster, ancora, sottolineava come queste società abbiano sempre vissuto sotto il controllo di poteri esterni, e non abbiano sviluppato né leadership locale né una cultura del cambiamento. Fellers e altri hanno riscontrato queste stesse dinamiche – sfiducia, fatalismo, isolamento – in tutte le popolazioni rurali del Mediterraneo, compreso il nostro Sud.
[…] per quanto ricordino, sono sempre stati governati dallo Stato e, come conseguenza, le loro comunità hanno scarsamente sviluppato modelli efficaci di leadership locale. Le popolazioni rurali, che corrispondono completamente o in parte questi criteri comprendono: i meticci e gli indios nel sud- America; le popolazioni che abitano le coste del Mediterraneo, siano esse europee, africane o asiatiche; e alcuni popoli del medio oriente e del sud est asiatico.
Inoltre, non solo il “contadino” non ha alcun controllo sulle decisioni fondamentali, ma di solito non sa nemmeno come e perché vengano prese. Gli ordini, i tributi, le restrizioni e le tasse che gli sono imposte hanno per lui la stessa qualità fortuita e capricciosa degli eventi atmosferici. Per questo, il contadino ha verso l’autorità, lo stesso tipo di atteggiamento che nutre verso ciò che è soprannaturale: può supplicare, implorare, propiziare e sperare in un miracolo, ma in nessun caso può aspettarsi che siano le sue azioni ad avere il controllo delle cose circostanti
Fellers (1961)
Friedman, nella sua superba analisi sulla miseria in Calabria e Lucania, si sofferma sulla mentalità di mutua sfiducia. Essa consisterebbe nell’incapacità di lavorare insieme e di collaborare per il bene comune.
La miseria è un modo in cui voler bene ai propri vicini, abbassare la guardia nella lotta senza fine per l’esistenza, significherebbe semplicemente commettere suicidio
Friedman (1958).
Il punto centrale è che questi tratti non sono scomparsi.
Banfield, ha rivelato che vi sono delle basi morali, una certa scala di valori alla radice di una soietà arretrata. Studiando il Mezzogiorno d’Italia osservò che “amici e vicini erano ritenuti potenzialmente pericolosi”, identificando nel familismo amorale l’ostacolo principale allo sviluppo: l’interesse personale o familiare viene sempre prima del bene comune.
In una società di familisti amorali nessuno si occupa della cosa pubblica se non per guadagno personale, non esistono controlli sociali, le organizzazioni falliscono per mancanza di fiducia e spirito di sacrificio, i ruoli pubblici sono strumenti di potere privato, la legge si infrange quando si può, e nessuno accetta la leadership altrui. L’unico rispetto è per chi riesce ad arricchirsi facendo fortuna all’estero senza intaccare gli altri “del villaggio”. Il resto è sospetto.
La stessa persistenza e strapotere delle mafie radicate nel sud Italia può essere considerata un epifenomeno del familismo amorale (vedi approfondimento alla fine del testo).
Il quadro si aggrava con un’altra credenza tipica delle civiltà contadine, la cosiddetta immagine del bene limitato: la convinzione radicata che la ricchezza sia statica e finita, e che ogni miglioramento sia fatto necessariamente a danno di qualcun altro (cosiddetto gioco a somma zero). Da qui la tendenza a nascondere i successi, il rifiuto del cambiamento, la condivisione della povertà come equilibrio sociale, la difficoltà strutturale alla cooperazione (vedi il modello del bene limitato in fondo all’articolo).
In questo tipo di ambiente ogni manifestazione di un cambiamento che mostra il miglioramento della propria situazione materiale è prova di colpevolezza. Infatti, le famiglie contadine di solito cercano di nascondere i propri miglioramenti materiali. A questo proposito, per esempio, molte volte mi è capitato, in Calabria, di entrare in delle case – naturalmente non ancora terminate, perché c’è sempre la speranza di costruire un piano superiore – apparentemente modeste ma che celavano tutti i tesori all’interno delle mura.
Questo sistema mentale si respira nell’aria, è un sabotaggio lento ma costante allo sviluppo, che tutti abbiamo imparato sin da bambini, perchè l’ambiente è sempre più forte del singolo. Il fatalismo – fratello gemello della miseria – inibisce ogni impulso imprenditoriale e cooperativo.
In un contesto povero di fiducia la cooperazione è spesso difficile da realizzarsi. Il singolo individuo, infatti, si trova di fronte al cosiddetto dilemma del prigioniero, in cui le spinte alla cooperazione sono scoraggiate dalla previsione di un comportamento cooperativo che finirà con l’essere sfruttato da qualcun altro a danno dei propri interessi. In dialetto calabrese si chiama: futti cumpagnu.
E allora? Che fare?
Conoscere questi schemi mentali è il primo passo per disinnescarli. Sperimentare e poi convincersi che il mondo non è un sistema chiuso, che il progresso è possibile, che cooperare conviene.
Partendo dalla consapevolezza che la resistenza al cambiamento è qualcosa di umano. Il cambiamento è sempre destabilizzante. Il nostro istinto di sopravvivenza, economizza i nostri sforzi e ci spinge a prediligere sempre la sicurezza e la prevedibilità. Tutto dipende dal fatto che c’è bisogno di una quantità extra di energia quando si realizzano attività nuove, in confronto a quando -invece- si ripetono attività che già si conoscono, che si controllano, a cui si è già abituati e quindi allenati. Ma cambiare mentalità è possibile, e può avvenire anche in tempi rapidi se si agisce sulla scala dei valori, individuali e collettivi.
Serve: educazione, educazione, educazione. Perchè sono i valori a plasmare la traiettoria evolutiva umana (Culture Matters How Values Shape Human Progress di Lawrence E. Harrison e Samuel P. Huntington 2000).
Bisogna imparare a buttare il sasso della consapevolezza nello stagno delle nostre relazioni. Innescando processi di cooperazione a qualsiasi livello, cominciando dal rapporto con noi stessi (tra le nostre parti interiori) e le persone vicino a noi.
È stato dimostrato, in molti contesti, che per unire davvero un gruppo serve spesso un nemico comune, un avversario da riconoscere e da combattere insieme. Ebbene, fratelli e sorelle del Sud, questo nemico non è fuori da noi. È dentro. È una voce antica nella nostra psiche: la mentalità contadina che ci ha insegnato a diffidare, a chiuderci, a sopravvivere invece che a vivere. Sta a noi smontarla pezzo per pezzo, per far spazio a un modo nuovo di pensare, sentire e desiderare fondato sulla fiducia, sulla solidarietà, sulla bellezza di costruire insieme.
FINE
Approfondimento dei tratti essenziali del familismo amorale
In una società di familisti amorali:
– Nessuno perseguirà l’interesse del gruppo o della comunità, a meno che ciò non torni a suo vantaggio personale. In altre parole la speranza di vantaggi materiali a breve scadenza è il solo motivo d’interesse per le cose pubbliche.
– Soltanto i funzionari si occupano della cosa pubblica, perché essi soltanto vengono pagati per questo. Che un privato cittadino si interessi seriamente a un problema pubblico, è considerato amorale e perfino sconveniente.
– Mancherà qualsiasi forma di controllo sull’attività dei pubblici ufficiali, poiché questo compito spetta ai superiori gerarchici dei funzionari in questione.
– Sarà molto difficile dare vita e mantenere in vita, forme di organizzazione (cioè, attività organizzate in base a esplicito accordo). I fattori che inducono la gente a prestare le loro energie in organizzazioni sono in larga misura atteggiamenti di altruismo e spesso non di ordine materiale. È essenziale per la riuscita di una organizzazione che i membri abbiano fiducia reciproca e spirito di lealtà verso l’organizzazione stessa e che vengano fatti piccoli e grandi sacrifici per il bene dell’organizzazione.
– Coloro che ricoprono cariche pubbliche, non identificandosi in alcun modo con gli scopi dell’organizzazione a cui appartengono, si daranno da fare quel tanto che basti per conservare il posto che occupano o per ottenere promozioni. E d’altra parte, le persone istruite e i professionisti, di solito non saranno mossi da uno spirito di vocazione o di missione. In realtà le cariche pubbliche, o le conoscenze specializzate, saranno considerate da coloro che ne dispongono come armi da usare a proprio vantaggio contro gli altri. Come spiegava un giovane maestro, figlio di artigiani: “lo studio e l’istruzione hanno aiutato alcuni a migliorare la loro posizione, perché costituiscono un vantaggio nei confronti dei più ignoranti. L’istruzione serve loro per sfruttare meglio l’ignoranza degli altri, per ingannarli con maggiore abilità”.
– Si agirà in violazione della legge ogni qual volta che non vi sia ragione di temere una punizione.
– I deboli sono favorevoli a un sistema in cui l’ordine sia mantenuto con la maniera forte.
– Non ci sono leader. Nessuno prende l’iniziativa di proporre una linea di azione e persuadere gli altri a seguirla, e d’altronde se qualcuno assumesse una posizione di leader, il gruppo non lo accetterebbe come tale, per mancanza di fiducia.
– Esiste la diffusa convinzione che qualunque sia il gruppo al potere, esso è corrotto e agisce nel proprio interesse già subito dopo le elezioni. La gente è certa che i neoeletti sono occupati ad arricchirsi a loro spese, e non hanno alcuna intenzione di mantenere le promesse che hanno fatto. Di conseguenza, l’atteggiamento dell’elettorato è quello di chi ripaga, per mezzo del voto, non favori ma ingiustizie ricevute, e si serve del voto come strumento di punizione.
Il familista amorale:
– Apprezza i vantaggi che possono derivare alla comunità, solo se egli stesso e i suoi ne abbiano parte diretta. Anzi egli si opporrà a misure che possono aiutare la comunità ma non lui, perché, anche se la sua posizione, in senso assoluto, resta immutata, egli ritiene di venirsi a trovare in una situazione peggiore se i suoi vicini migliorano la propria posizione. Così può accadere che misure di riconosciuto vantaggio generale suscitino le proteste di coloro che ritengono di non riceverne alcun beneficio, o perlomeno di non riceverne in quantità sufficiente.
– Quando riveste una carica pubblica, accetterà buste e favori, se riesce a farlo senza avere noie, ma in ogni caso, che egli lo faccia o no, la società di familisti amorali non ha dubbi sulla sua disonestà»
Banfield (1958)
Modello dell’immagine del bene limitato
- I contadini condividono tacitamente una premessa assiomatica, un orientamento cognitivo che considera gli ambienti naturali e socio- economici in cui essi vivono come sistemi chiusi.
- Le risorse del sistema – naturali, economiche e umane – sono insufficienti a soddisfare bisogni di ciascun componente del sistema stesso, a fornirgli cioè la ricchezza che egli desidera. La ricchezza non soltanto è limitata, ma è anche stazionaria e inespansibile all’interno del sistema.
- Sebbene i contadini credano che la ricchezza interna al sistema sia inespansibile, sanno che ce n’è altra al di fuori del loro mondo ma che è normalmente irraggiungibile.
- In un sistema chiuso e stazionario, che non si espande e non può espandersi, i guadagni di una persona, in riferimento a qualunque bene, debbono costituire una perdita per qualcun altro, come affermano le teorie dei giochi a somma zero.
- Per cautelarsi dall’essere un perdente, il contadino ha sviluppato uno stile di vita egualitario, di povertà condivisa, stazionario e in equilibrio, in cui attraverso comportamenti espliciti o simbolici, le persone sono scoraggiate dal tentare di cambiare le cose, non solo dal punto di vista economico ma anche in altri ambiti della vita quotidiana.
Foster (1962)

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