Qual è il Senso della Vita per il Vangelo?

Pubblicato da Diego Antonio Nesci il

Caro amico/a sconosciuto, ecco quello che ho incontrato, fino ora, camminando.

I vangeli sono testi scritti in greco e testimoniano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù di Nazareth.

Vangelo significa letteralmente “buona notizia”. Il cristianesimo è essenzialmente la proposta di sperimentare nella tua vita concreta una “buona notizia” che pretende non semplicemente di modificare la tua vita ma addirittura di potertene dare completamente un’altra: la Vita Nuova.

Come fare? Andiamo con ordine.

Innanzitutto bisogna comprendere che il cristianesimo non è una religione. Non è neanche un’etica e cioè un’insieme di regole di comportamento. È qualcosa di più. È qualcosa di Vivo. È sostanzialmente una relazione reale con una persona. Una persona concreta, esistita storicamente e ancora contattabile: Gesù di Nazareth. Egli ci ha lasciato lo Spirito Santo per guidarci in questa impresa.

La Tradizione ci dice che Gesù è una delle Tre Persone della Santissima Trinità: Padre/Figlio/SpiritoSanto. Dio è quindi uno e trino allo stesso tempo.

L’uno (1), il punto (.) è il simbolo/archetipo dell’unità, del principio. Il Due (2), il segmento l’unione fra due punti (-), è simbolo/archetipo dell’opposizione, della dualità. Il Tre (3), il Triangolo (.:.) è, invece, il simbolo/archetipo della relazione. Dunque, il Principio, il Creatore, Dio è prima di tutto ed intrinsecamente: Relazione.

Possiamo così dedurre che affinchè ci possa essere Relazione vi è il bisogno che ogni elemento abbia una sua identità anche se gli elementi sono “in principio fatti della stessa sostanza”. Non potrebbe esistere, infatti, una vera relazione in una totale condizione di fusione/indistinzione.

Si capisce immediatamente, quindi, che il punto fondamentale per trovare il senso, il fine della Vita non ha a che fare con il “seguire delle regole”.

Tu sei essenzialmente un essere vivente che fa parte della Vita e la Vita è Relazione. Come in qualsiasi relazione reale che si rispetti, la sua buona riuscita si gioca su fattori quali: l’ascolto, la fiducia, la speranza, la pazienza, l’abbandono, la capacità di darsi torto, di morire all’egoismo per incontrare l’Altro.

Queste sono facoltà che non si acquisiscono attraverso la mera obbedienza a regolette di comportamento “esterne” che pure sono necessarie ad un certo livello evolutivo. La vera obbedienza, invece, si fonda nella scoperta delle propria identità; essa impone dei comportamenti in linea con la propria natura: noblesse oblige (nobiltà fa obbligo). Obbedienza e disobbedienza sono due facce della stessa medaglia.

La domanda da cui partire per trovare il senso della vita è quindi: chi sono?

Da millenni gli umani di tutte le civiltà si interrogano sul senso della vita, su quale sia il nucleo dell’Uomo, su come funzioni il suo corpo e la sua mente. E siccome sappiamo, che l’homo sapiens ha una storia di almeno 150.000 mila anni sulla Terra, che siamo una sola specie e che non ci sono stati salti evolutivi interni alla specie, c’è da guardare con rispetto e ammirzione alle Tradizioni millenarie che insistono sul nostro Pianeta e alla loro Sapienza.

Tuttavia, circa 2000 anni fà, Gesù di Nazareth ha cambiato radicalmente tutto. La Sua comparsa rappresenta un fatto inedito nella Storia e non c’è modo di non farci i conti. In un modo o nell’altro.

[Questo fatto inedito, però, si può vivere fino in fondo, solo se chi vuole intraprendere l’impresa di seguire Gesù attraverso i Vangeli, riceve il dono di oltrepassare una soglia ben precisa: riconscerlo “Vero Dio e Vero Uomo”. Riconoscerlo cioè come il Dio Vivente, che “si è fatto uomo ed venuto ad abitare in mezzo a noi“. Questo è davvero inedito e fa girare la testa. Non si può capire. Bisogna che il dono di accogliere questa Verità ci sia donato dall’Alto. Non temere: “chiedi e ti sarà dato”]

Cominciamo con l’anticipare un punto fermo: il senso della vita non è fare esperienze, non è accumulare esperienza. Molti pensano che più esperienze fanno, più si conosceranno meglio, più potranno evolvere. Non è così. Non per forza.

Il senso della vita consiste nell’assumere la propria forma cioè riconsocere e diventare pienamente ciò che già siamo. È più un “togliere” che un “aggiungere”. Mi spiego meglio.

Io ho detto: “Voi siete dèi, siete figli dell’Altissimo”.

Salmi 82:6

Esperienza” è un concetto neutro, essa può essere il mezzo ma non è mai il fine. L’esperienza si da a tutti ma è sempre vergine, sempre nuova. Qualsiasi cosa ti accade nella vita che sia essa bella o brutta dipende dalla tua interpretazione che spesso cambia nel tempo. Sovente una cosa che viviamo con angoscia poi si rivela una benedizione e viceversa. Infatti, è il futuro inteso come meta quello che conta, quello che orienta e rivela il valore Reale di un fatto accaduto. Gesù interrogato dai discepoli – che rappresentano nei Vangeli ognuno di noi e cioè l’umanità in cammino – lo spiega in maniera molto chiara con la parabola del cieco nato:

1 Passando vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». 3 Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. 4 Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.

Giovanni 9: 1-4

Il paradosso sta nel fatto che per assumere la propria forma dobbiamo seguire/obbedire non alla nostra piccola volontà – come ci verrebbe istintivamente di pensare-  ma alla Volontà del Padre e cioè ad una Volontà ben più ampia e complessa che agisce per paradossi fuori dalla logica e che a noi appare spesso incomprensibile.

30 Io e il Padre siamo una cosa sola». 31 I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». 33 Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34 Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi35 Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), 36 a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? 37 Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38 ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre».

Gv 10, 30-38

Il focus non sta nell’impegnarsi o nel lavorare su se stessi armati di buona volontà. Puntare lo sguardo su noi stessi e il nostro impegno è una follia egocentrica. Non funziona. È il grande inganno di questi tempi.

In realtà è una vecchia teoria già setacciata e relegata giustamente come eresia, si chiama Pelagianesimo.

Il moderno ed in definitiva falso comandamento “Lavora su te stesso“, infatti, va guardato con sospetto perchè sotto sotto, nasconde un pensiero nero fondamentale su di sé: la convinzione di essere sbagliati, di essere stati creati “fallati”, quindi di doversi modificare “a martellate di volontà“. Questo è l’innesco dell’unico vero grande peccato/errore (letteralmente peccato significa mancare il bersaglio): l’idolatria.

Significa semplicemente sostituire Dio con un feticcio. Per esemipio: un vitello d’oro, una macchina, il lavoro, un progetto di successo, un cane, un figlio, un viaggio, la casa al mare, una religione, la fondazione di una città ideale (insomma hai capito). Ma vi è in questo tempo, una declinazione dell’idolatria che è dilagante, essa è assai più profonda e devastante: sostituire Dio con se stessi, cioè con la propria volontà. Un disastro annunciato.

La volontà non è mai buona. Se ne è accorta, nella sua immensa ed inestimabile Sapienza anche la Chiesa Cattolica. Nella Liturgia della Santa Messa, infatti, è cambiato “Il Gloria”. Non si dice più “e Pace in Terra agli Uomini di buona volontà” ma si dice “e Pace in Terra agli Uomini amati dal Signore“.

Il punto della questione che stiamo trattando -come vedremo- è proprio riconoscersi amati. Già da per sempre!

Bisogna riconoscere questo fatto: non sei tu a condurre la tua Vita. Pensaci bene e dovrai constatarlo. C’è qulacosa dentro di te, che ti sta portando da qualche parte.

25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 

Matteo 6,25-27

L’unica cosa che serve per iniziare a camminare e dare un senso alla vita è raggiungere la consapevolezza di essere amati. Amati da chi ci ha creati, il “Padre” nel linguaggio cristiano.

Credo in un solo Dio Padre

Credo

Una volta riconosciuta questa Verità, e cioè la consapevolezza di essere una persona amata, di essere un “figlio” nel linguaggio cristiano, hai l’opportunità di non essere più schiavo di nessuno, neanche della tua buona volontà, e potrai cominciare ad amare e cioè a sperimentare la libertà.

[Per una guida pratica e sintetica Leggi qui: I 4 Passi verso la Libertà]

31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». 34 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.

Giovanni 8,31-42

Il senso della vita è infatti amare. Ma amare è una parola debole, molto astratta. Invece amare in senso cristiano è un qualcosa di concreto. Amare vuol dire donarsi. Si ama all’interno di una relazione concreta con l’altro. Amare ha a che fare con l’essere creativi, col creare, con l’imitare il comportamento del Figlio-Gesù, con l’adottare la sua prospettiva, con l’indossare i suoi occhiali per vedere la realtà che ti circonda (leggi qui: Gli occhiali di Gesù).

Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

Giovanni 15, 12

Tu sei un essere unico e irripetibile, solo tu puoi amare come ami tu. Nessun altro può amare come fai tu. Ci sono cose che puoi fare solo e soltanto tu, in quella situazione in quel determinato momento. 

Si ama in molti modi ma soprattutto, ci si lascia amare, ci si lascia trasformare, plasmare. Amare ha molto a che fare col concetto di abbandono, cioè con la resa. Solo se la smetti di uccidere, lottare, giudicare, fare i conti, di parlare e parlarti addosso allora puoi cominciare ad amare.

Cosa pensi che ti chiederai sul letto di morte: quante esperienze ho fatto? Quanti posti ho visitato? Quante donne/uomini ho conquistato? Quanti soldi ho fatto? Quanto buon vino o cibo ho mangiato?

Oppure ti chiederai: ma io, sinceramente, ho mai amato fino in fonfo e veramente qualcuno?

L’Uomo ri-conosce se stesso, cioè assume la propria forma, soprattutto attraverso le proprie opere, attraverso il lavoro. In questo campo, esprimendo i propri talenti, si esprime l’amore all’interno delle relazioni concrete. Il lavoro produce frutti che puoi donare agli altri, concretamente. Attraverso le opere si realizza la carità. cioè l’amore, ci si mette al servizio degli altri. Ecco cosa significa donarsi/amare.

“Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi”

(Gv 14,12) 

Quindi, mi raccomando: cose concrete. La natura dell’uomo è quella dell’artista, del poeta cioè di colui che fa. Colui o colei che ispirato dall’amore del Padre trasforma se stesso e il suo ambiente, che aggiunge bellezza alla bellezza.

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

Matteo 25:14-30 Parabola dei talenti

Dobbiamo prendere consapevolezza che non siamo quello che pensiamo, non siamo quello che sentiamo. Per questo accumulare esperienze non serve a dare senso alla vita.

Lo scopo della vita non è sentire e non è fare esperienze. 

Lo scopo della vita è trasformare se stessi e il proprio ambiente come un coltivatore trasforma il suo campo, in armonia con la natura. Tutti noi siamo chiamati a trasformare l’acqua in vino, il piombo in oro, pensando-parlando-agendo in armonia con la Volontà del Padre che si contatta con la preghiera.

Lo so, è tutto paradossale. Tutto l’insegnamento di Gesù nel Vangelo lo è.

È molto più vicina alla tua verità la Volontà del Padre che ti ha creato, e che puoi disvelare attraverso la relazione con Gesù, che non la tua piccola forza di volontà, cioè quella voce che ti parla in testa quando ti dici: “voglio arrivare a quell’obiettivo, adesso faccio queste cose “a. b. e c.” per raggiungerlo”.

Sei davvero sicuro/a che quella esperienza, che quel desiderio sia davvero il tuo?

Qui si aprirebbe il complesso discorso del discernimento tra bene e male che ha a che fare con l’Avversario. C’è qualcosa, un avversario, dentro e fuori di noi, che tende a sviarci dai nostri desideri sani e autentici che ci fanno liberi e figli per farci restare nella condizione di schiavi e di mendicanti. Esso è menzognero cioè traveste le paure da desideri e ce li fa inseguire anche per una vita intera. Caro amico/a il male esiste, ma non è un antagonista pari al bene, questo è il punto (leggi qui: Presente e Futuro).

I tutti i casi, a parte il mistero del male, che ci porterebbe troppo lontano, il punto è riconoscere che la Realtà è Bene, che le fondamenta della Realtà sono Sane e che noi siamo coltivatori della realtà. Siamo stati creati dall’Amore di un Padre per amare. 

 13 perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
14 Egli infatti ha creato tutto per la vita;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c’è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
15 perché la giustizia è immortale.

Libro della Sapienza 13-15

Siamo amati. La sola consapevolezza di questo fatto ci darebbe un senso. Senso, infatti, significa direzione.

Una volta riconosciuto il tuo nucleo, la tua intima identità non resta che chiederti: dove devo/voglio andare?

La risposta è semplice. Funziona tipo Google Maps, per sapere dove andare, prima di tutto ti devi localizzare. Per farlo devi sapere solo una cosa: dove si trova il Nord. Una volta che sai questo è fatta. Trovare il Nord è riconoscere questa verità: siamo stati creati dall’Amore di un Padre per amare. Siamo amati. Siccome uno va dove si sente amato: i tuoi piedi ti porteranno lì, dove ti senti amato. 

Ognuno di noi è un terreno antichissimo dal quale emerge l’autocoscienza che vuole naturalmente portare frutti utili a tutti. Se esprimi i tuoi talenti ei tuoi desideri sani, rendi un servizio alla collettività, quindi a te stesso. Amerai e ti sentirai amato. 

Quindi tira fuori la tua voce – perché è una voce nuova che non c’è mai stata – scrivi le tue poesie, ama i tuoi amori.  [Leggi qui: I 4 Passi verso la Libertà]

Ripeto, lo scopo della vita è assumere la propria forma. Più sei autentico e resti fuori dagli automatismi e più ti avvicini al senso e stai bene anche nella sofferenza; più ti omologhi più sei vittima degli automatismi (il male è fondamentalmente un automatismo) e più stai male anche nel confort.

Sei stato creato con un desiderio profondo e splendente, con una missione, fatti levigare dalla Volontà del Padre, e cioè dalla Realtà. Apri le orecchie e ascolta:

1«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto3Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Giovanni 15, 1-5

Nella relazione con Lui, attraverso la preghiera, scoprirai qual è questo desiderio che Lui conosce meglio di te (perché ti ha creato) e che ti condurrà a manifestare nella Realtà.

A te spetta un solo piccolo compito, quello di aprire le orecchie e il cuore e fare come Maria – Nostra Signora e maestra della fede- che rispose all’Arcangelo Gabriele: “Eccomi, sono la serva del Signore, sia fatto per me secondo la tua parola” (Luca 1,38).

25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Matteo 11:25-30

Diego Antonio Nesci

Cercatore

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