Uno sguardo al futuro

Pubblicato da Diego Antonio Nesci il

Sono quasi ossessionato dal problema della redistribuzione della ricchezza. Ripenso a quei fondamentali dati sulla ricchezza: secondo il Global Wealth Report, pubblicato da Credit Suisse nel 2016, lo 0,7% della popolazione adulta mondiale possiede più del 45% della ricchezza totale vale a dire più di 116 trilioni di dollari. Allo stesso tempo, il 73,2% della popolazione, cioè più di 3,5 miliardi di persone, possiede solo il 2,4% della ricchezza. I dati più recenti ci avvisano che la forbice è addirittura aumentata. E mi chiedo: quanto tempo durerebbe la razza umana sul pianeta se potessimo redistribuire la ricchezza adesso, in questo preciso istante?

Immaginate che tutti i conti bancari del pianeta fossero riempiti in maniera eguale di tutti i triliardi di dollari esistenti. Quale sarebbe l’effetto di una tale manovra su un’umanità così arretrata culturalmente e spiritualmente, del tutto piegata al mito del materialismo?

In un mondo come il nostro annichilito dal valore del denaro eretto a senso della vita, credo sarebbe una catastrofe immediata. Soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici in atto, dovuti all’inquinamento causato dell’uso smodato delle fonti fossili e dal consumismo sfrenato. É il capitalismo neoliberista della finanza creativa baby.

Mi ha sempre affascinato l’idea che il cosiddetto mondo sia governato da un qualche tipo di intelligenza per così dire sovra-umana ed ho sempre pensato che sia di gran lunga l’idea più logica e sensata che ci sia Credo che questa intelligenza intervenga, oggi, solo e soltanto a uno scopo: quello di mantenere l’equilibrio. Badate bene equilibrio non significa certo l’equità. Come un funambolo che sulla corda è costretto -a volte- a spostare tutto il peso su di un solo lato per non precipitare; così fa l’universo, tende all’equilibrio. Forse è proprio questo che sta succedendo.

Gli uomini, solerti e mai felici, guidati sempre da una mancanza interiore, si impegnano dalla notte dei tempi nel romantico tentativo di riempire questo vuoto spingendosi al di là delle loro possibilità. Siamo riusciti con la modernità, vale a dire negli ultimi 200 anni circa, a modificare il pianeta e gli stili di vita più di quanto i nostri predecessori avessero fatto nei precedenti 10.000 anni. Grande squilibrio.

L’idea è questa: se non ci ri-educhiamo all’essenzialità, la redistribuzione non potrà avvenire per questioni divine e cioè di equilibrio, forse dell’universo intero. Più veloce sarà l’educazione, più veloce arriverà l’agognata giustizia sociale e forse la vera felicità. Siamo sempre alle solite: serve una Rivoluzione Culturale. Uomini e donne nuovi perché capaci finalmente di amare cioè di vivere in maniera inedita la loro vita. Una vita nuova forse mai sperimentata su larga scala –almeno nella Storia che conosciamo non ve ne è traccia- fondata su una pace e una libertà interiore profonda e duratura. Ci aspetta un lungo percorso di educazione. Ricordandoci che educare è il contrario di istruire, educere significa trarre fuori mentre istruire mettere dentro.

Da questa prospettiva, come possiamo valutare l’ineluttabile processo di globalizzazione in atto?

Potrebbe l’unificazione globale essere necessaria anche se basata sulla sofferenza di miliardi di persone?

Mah, non mi ha mai affascinato la necessità. La mia indole tende a non volerla accettare: a tutti i costi.

Credo, invece, nella nostra potenza di esseri liberi e cioè capaci di vivere la libertà attraverso l’amore e cioè un’autentica relazione con l’altro da noi.

Se questo non avvenisse, potrebbe anche darsi che il cosiddetto nuovo ordine mondiale sia necessario per creare gli Stati Uniti del Mondo in maniera dispotica, Orwelliana. Solo così si creerebbero le effettive condizioni adatte alla comparsa nell’umanità di una vera coscienza veramente planetaria e democratica.

Forse, solo attraverso questa sofferenza saremo capaci di una vera consapevolezza di essere una sola razza, di essere tutti fratelli e sorelle, di essere uno: con gli altri, con la natura e con l’universo.

Una volta sconfitto l’ordine mondiale, con questa nuova consapevolezza, si potrà tornare a vivere liberi su scala mondiale credo in piccole comunità sovrane,  autonome ma interconnesse e veramente cooperanti cioè unite ed arricchite nelle differenze.

D’altro canto le sofisticatissime tecnologie che il Grande Fratello metterà in campo per opprimere e sorvegliare il pensiero umano saranno l’unico stimolo sufficiente per far evolvere, nel gruppo di persone che avrà l’arduo compito della resistenza e della lotta, le abilità psichiche che questi veri umani dovranno mettere in campo per sconfiggere l’oppressore.

Finalmente questo gruppo di veri umani smetterà di giocare con i computer e imparerà ad usare le infinite possibilità del cervello e del corpo umano. Possibilità spirituali. Metteremo poi anche le tecnologie un tempo usate per opprimere al servizio dell’umanità ormai compiuta.

In questo senso, mi affascina molto e mi inquieta altrettanto, l’idea di psicostoria formulata da Asimov nel suo celebre Ciclo della Fondazione. L’idea è che gli esseri umani non possono in nessun modo cambiare il senso della storia, il futuro; la sola cosa che possiamo fare, dice lui, è accelerare il processo.

È un’annosa questione. Siamo liberi o governati da quello che alcuni chiamano destino?

Forse è la domanda che è mal posta. Come dire, forse se non siamo capaci di discernere e usare la nostra libertà per andare in quella direzione: c’è chi ci pensa.

La domanda corretta potrebbe essere questa: per quanto tempo ancora vogliamo soffrire e far soffrire prima di iniziare ad essere liberi di amare?

Ma per iniziare ad amare il primo passo è accettare il fatto che dentro di noi esistono anche forze di odio e di menzogna che ci ostacolano ardentemente. Esiste il male.

L’articolo è ispirato da un testo di C. G. Jung, Presente e Futuro, Bollati Boringhieri 1992, di cui riporto uno stralcio saliente e formidabile (p. 70 e sgg.), segnalato in una prefazione di un altro libro, che tutti dovrebbero avere la fortuna di leggere:

Gli orrori che gli Stati dittatoriali hanno arrecato all’umanità nei tempi recenti non sono che il culmine delle efferatezze di cui si sono resi colpevoli i nostri antenati, vicini e lontani.  Iniziando con le atrocità e con i macelli tra i popoli cristiani, di cui trabocca la storia d’Europa, l’europeo è anche responsabile di tutto ciò che la fondazione delle colonie ha provocato presso i popoli extraeuropei. Gravi colpe ci opprimono sotto questo aspetto. […]

Supponendo generalmente che l’uomo sia ciò che la sua coscienza crede di essere, si ritiene di essere inoffensivi, aggiungendo così stupidità alla malvagità.

Non possiamo negare che sono accadute accadono tutt’ora cose terribili, ma sono sempre gli altri che le fanno o le hanno fatte. E quando tali atti appartengono al passato più prossimo o più remoto affondano, rapidamente e benignamente, nel mare della dimenticanza, sì che torna quello stato di trasognatezza che solitamente si designa come “stato normale”. […] Anche se da un punto di vista giuridico non eravamo presenti per partecipare ai fatti,  siamo tuttavia, in forza del nostro essere umani, criminali in potenza. In realtà c’è solo mancata l’occasione propizia per essere trascinati nella gora infernale.

Nessuno sta fuori della nera Ombra collettiva dell’umanità. Soltanto gli sciocchi possono trascurare a lungo le premesse della propria natura. Anzi questa trascuranza li rende più atti a diventare uno strumento del male.

Così come non giova al malato di colera che lui e chi lo circonda siano ignari della natura contagiosa del suo male, a noi non giova l’essere inoffensivi e ingenui, anzi ci porta a proiettare negli “altri” il male non riconosciuto. Con ciò si rafforza nel modo migliore la posizione avversaria, poiché con la proiezione del male anche la paura che noi sentiamo, se pure involontariamente e nascostamente, dinanzi al nostro proprio male, passa all’avversario e rafforza potentemente il peso della sua minaccia. Inoltre, la  perdita di introspezione, ci toglie la facoltà di trattare col male. Se non possiamo fare a meno di accorgerci,  che il male dimora nella stessa natura umana senza che l’uomo l’abbia mai voluto, ecco che esso appare sulla scena psicologica come un antagonista pari al bene. Tale constatazione provoca direttamente un dualismo psichico, che  è già prefigurato e anticipato inconsciamente, nella divisione politica del mondo e nella ancor più inconscia dissociazione dell’uomo moderno. Il dualismo non sorge Infatti non appena noi ci rendiamo conto di ciò, ma noi ci troviamo già in uno stato di scissione.

L’idea poi di dover rispondere personalmente di simile responsabilità sarebbe insopportabile, e quindi si preferisce localizzare il male in singoli malfattori o in gruppi, lavarsene le mani e ignorare la generale propensione al male.  Questo sistema di rendersi innocenti non potrà tuttavia reggere a lungo“.


Diego Antonio Nesci

Trovatore, Umanista ed Attivista Politico.

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