FIGLI DI REGAN

Pubblicato da Andrea Paternò Castello il

Frame di pubblicità anni ’80 lampeggiano nella mia mente. Sullo sfondo
quei cieli limpidi, la maglieria di Stefanel e Benetton, colori
pastello e tubo catodico.  Il fazzoletto di mio nonno, sempre elegante
e pigramente rassegnato, depresso e garantito dipendente di un qualche
ente, Immagini sbiadite di colori un tempo lampanti, compaiono come
lontani e bidimensionali orpelli della truffa che chiamavano futuro.
Sono un figlio di Reagan, un invisibile che si ricorda di aver
sognato e persino creduto. Sognato di cose grandi nell’illusione di
aver garantite le minuterie del quotidiano.
Oggi uccido. Oggi lo faccio, perché non c’è altro modo di garantirsi
il fatto di dare un senso all’esistenza e all’essere sopravvissuti a
quel tradimento. Qui non si tratta d’aver perduto l’orientamento e
aver ceduto alle lusinghe del passato. Qui si discute di come
sopravvivere al silenzio. Alle camice di forza che ci avrebbero messo,
per tutelarci dalla pretesa del diritto, se non al futuro, almeno,
alle scuse, al riconoscimento d’aver subito un torto troppo grande,
insanabile.
E invece niente. I vecchi, gli autori del disastro, sono gli stessi
che ci hanno negato l’orgasmo della guerra e la possibilità di un
qualche eroismo, della ricostruzione e forse della memoria.
Cosa avremo da ricordare? Cosa potremmo raccontare ai figli che non ci
conviene fare? Per chi saremo vecchi?
Non avremo occhi giovani che ci permetteranno di rinascere e tornare
allo stupore. Nessuno sarà capace di ricordare questa, la mia
generazione. Non così, non incatenati a questo silenzio. Prigionieri
del politicamente corretto, del progressismo scaltro e
immigrazionista, dei burocrati senza rispetto, di questi avvoltoi in
doppiopetto, certi del fatto, che nessuno alzi una mano sui loro nidi
e venga a negargli la prevaricazione, che percepiscono come un
diritto.
Sarei bugiardo se non ammettessi d’avere tutti gli strumenti per
dribblare questo dissesto e fregarmene di una morale, che invece mi
risuona dentro. Una vendetta che al di là della mia pulsione
elementare, potrebbe essere l’innesco di un cambiamento che ancora una
volta sarà violento. Perché ce ne vuole per pretendere di essere al di
sopra di ogni istinto. È necessaria una speciale ipocrisia, un
indolenza e una mancanza di spina dorsale, che solo questi tempi
possono veder maturare nel presente della mia generazione.
L’establishment intellettuale, tutto arroccato sul proiettare un
pietismo stucchevole e strumentale su popoli e cause umanamente
lontani, non fa che condannare qualsiasi presa di posizione in
contraddizione con il lassismo promosso a ragione.
Ora mi chiedo se qualcuno, pure in buona fede, cristallizzato nella
posa del buon narratore di un cambiamento pacifico e lineare, possa
davvero pretendere di arrivare a meta senza spezzare schiene.


Andrea Paternò Castello

Insegnante di Yoga

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