Donne Guerriere – Lettera da una Strega

Pubblicato da Salvatore Remorgida il

Parlate spesso di me. E non mi sono mai tirata indietro dalle attenzioni che, da sempre, mi riservano un po’ tutti. Ma se confondete narcisismo ad amor proprio, pensando che pensai più a me stessa che al principio che difesi, allora forse è il caso di conoscer meglio la mia storia. Questa è solo la giusta premessa che a voi altri, curiosi lettori, rivolge Cecilia, nata Faragò, di Soveria Simeri.

Qualcuno mi conosce come “la magara”. Altri quale l’ultima strega. Che poi sul fatto d’esser l’ultima, su questo, vi assicuro che non v’è ragione di affermarlo. Ma che io sia, o non sia, ultima fra le maledette, è evidente che il mio mito è stanco, fuori tempo. Ed io stanca di portar l’esempio sulle spalle mie, fragili e così forti, ed il peso d’una storia antica. Di mille, migliaia o forse più, nient’altro che donne. Troppo poco, per troppo tempo, per essere degne di sedere al tavolo dei giusti. Ci avete, m’avreste, relegata alla parte sbagliata della storia, se non avessi combattuto. Anche senza infamia, comunque non sarei stata mai lodata. Per il destino comune che s’è riservato a chi solo poteva splendere per bellezza, e non altra virtù.

Ed allora, eccovi una donna non di qualcuno e non nelle terre di qualcuno: oggi conoscete la storia di Cecilia, donna fiera nelle terre sue.

Di questa fierezza, pagai con l’infamia: ma fu, per me, l’unica scelta. Per la resurrezione, ché non avrei vissuto niente di meno di ciò che m’occorreva per sentirmi viva. Viva perché libera. Per la riscossa mia, delle e degli invisibili: di chi non brilla ancora, sol perché gli hanno negato di riflettere il generoso e lucente Sole.

Accettai l’infamia, si. Lo feci esattamente nello stesso momento in cui decisi di non esser come voi, figli del pregiudizio e convinti assertori delle ragioni altrui. Per quale divin consiglio, avrei dovuto accettare il sopruso, ed in nome di chi: il sudore dei miei uomini ha concimato queste terre, le loro laboriose mani, scintillanti di fatica, le hanno rese casa. Mi promisi di difendere e non abbandonar agli avidi i miei averi. In nome mio e di chi, allora come oggi, è costretto a far della terra la sua casa.

Scossi il sentimento popolare, ormai domo alle angherie dei potentati. Io dipinta carnefice, al cospetto di chi altro non voleva che vedermi spogliata d’ogni cosa. Un ecclesiastico morì, di tisi ci si convinse dopo, ma prima convinzione era che il merito, addirittura, fosse mio. Ne coltivai, non lo nego, la tentazione. Ma no, mai lanciai quel malefico unguento ad alcuno. Mai ebbi potenza tale da maledire il prossimo. Nessuna donna, voglion così la ragione ed il lume della scienza, può esserne capace. Il buon Dio mi vestì d’una sola dote: la dignità. Ogni qualvolta confusero il rifiuto di chinar il capo con l’irregolarità dell’atteggiamento mio, così diverso da un popolo bramoso di servigi e bisognoso dell’arroganza di un capo, ogni qualvolta fecero questo, ferita fu la dignità mia, certo, ma mai quanto la loro. E se la fiducia, per non morir deve far paio con la speranza, solo ad un letterato calabrese e di dura tempra, avvocato di professione, ebbi cura ad affidarmi: la difesa dalla ripugnante accusa, in un Regno che, lentamente, si riscopriva più moderno per la grazia dei sovrani che nelle scarse istanze di un popolo che riconobbe, di me, solo il pregiudizio.

Ebbene, sola e senza alcuna compassione d’un popolo che mi conobbe donna e mi rinnegò qual strega, solo una Corte togata mi diede ragione. Ma, agli occhi miei, nessuno fu assolto. Complice ciascuno del delitto di superstizione, del crimine di pregiudizio. Che uccidono ancor più del boia. È il delitto di cui si macchia la povera gente, quando ad essa fan credere che la reazione è contronatura. Che si nasce sconfitti. E che si nasce vincitori. Chi ci prova, è matto. È strega. È diverso.

Ho avuto ragione, certo, ma non ho conosciuto giustizia. E da questo angolo, in cui la vostra memoria mi ha relegato, ed osservando i vostri mali, così simili a quelli dei miei tempi, da voi, uomini che vi sentite così migliori, son sicura che giustizia non avrò mai. Abbiamo perso allora e perdete ancora, tutti e tutte, quando lasciate vincer l’odio: siete fatti della stessa sostanza del pregiudizio e della superstizione.

Io non sarò l’ultima magara, ve l’assicuro. Avrete bisogno ancora di Cecilia, di un’altra Cecilia e poi ancora di un matto, di uno scemo, di una strega. Solo per sentirvi migliori di quel poco che già siete, odiatori di professione. Incapaci di concepire la libertà senza la forza. Abituati alla pazzia, con cui sminuite i sognatori, e non alla codardia degli indifferenti, agli stessi ideali che affermate di difendere.

Costruir nemici è ciò che l’uomo riesce a fare meglio. Ha imparato perché ne ha bisogno, per la sopravvivenza. E quando il nemico sta peggio di voi, vuol dire che ce l’han fatta: vi han fottuti ancora. Non v’accorgeste, ammaliati dalla comodità delle soluzioni, che il nemico stava proprio in chi v’indicava, al mattino, su chi riversar l’odio fino a sera. Di chi vende la libertà, e la scambia coi diritti.

Solo per questo, io non ebbi che morir misera. E col rimpianto di aver vissuto invano, senza praticamente avervi insegnato alcunché.

Non si è fermata mai, questa maledetta caccia alle streghe.


Salvatore Remorgida

Meridionale, osservatore critico per passione, studente in Giurisprudenza. Curriculum Vitae et Studiorum

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