Lo sguardo al di là della rete/Looking through the veil

Pubblicato da Irene Delfanti il

Macchè! Guardati attorno, ormai lo stile di vita occidentale è dappertutto, e necessariamente sarà così, si chiama progresso! Ok grazie, questo l’ho già sentito… il prossimo?

A 17 anni mio nonno mi mostrò lo schema di una “calcolatrice” Inca, che semplificava il calcolo di diverse operazioni basandosi su un sistema visivamente più intuitivo e in base 40. L’enigma fu risolto da un professore italiano nel 2000, Nicolino Di Pasquale (link in bio) e alcuni ipotizzano che questa metodologia potrebbe facilitare l’apprendimento di questi concetti a ragazzi affetti da dislessia. Da quel momento in poi iniziai a cercare soluzioni partendo dal presupposto che quello che aspettiamo sia inventato, forse in parte esiste già, ma bisogna osare, guardare al di là della rete che abbiamo attorno ed essere pronti ad accogliere quello che arriva.

 

Due delle cose che all’inizio mi colpirono di più furono che: primo, nel mondo tutt’oggi ci sono circa 150 milioni di persone che vivono in popolazioni definite tribali e la seconda, che nessuno si era mai preoccupato di dirmelo. Questo  potrebbe sembrare insignificante, ma quando iniziamo a pensare alle lingue e alla  conoscenza altamente specifica dell’ambiente che queste popolazioni conservano, i giochi cambiano. Si stima che l’80% della popolazione mondiale in media si cibi di circa 15 piante, mentre più di 30.000 verrebbero usate in totale dai popoli indigeni di tutto il mondo. Eh sì, perché se niente definisce meglio l’odore delle uova marce del “freschin” veneto, la lingua parlata ad Haitii prima dell’arrivo di James Cook, offriva una più dettagliata conoscenza di quell’ecosistema di ciò che non faccia la biologia oggi, basandosi su un sistema di classificazione che non dava nomi ai pesci dividendoli solo per specie, ma anche per maturità e metodi di cattura. Tant’è che gli ami costruiti dai nativi, nonostante la loro semplicità, avevano una maggiore efficienza degli elaborati ami inglesi (perfino i colonizzatori ne rimasero stupiti!). Perché ci sforziamo ad ignorare tutto questo?

 

In Europa esiste una sola popolazione indigena riconosciuta, i Sami, ma il modello su cui le nostre vite sono basate continua a decimare comunità in giro per il mondo, a causa dei materiali che compongono i nostri oggetti, o per i modi in cui siamo abituati a viaggiare. E a noi cosa dovrebbe importare? Beh, immaginati cosa succedesse se morissero tutti i contadini, o tutti gli autisti. L’industria agraria andrebbe in crisi, finirebbe di esistere, e persone che non hanno mai considerato di fare quel mestiere prima dovrebbero necessariamente trovare dei modi per supplire alla perdita, ma ciò implicherebbe un dispendio massimo di energie, ritardi nella produzione, perdita di raccolti, carestie, che renderebbero tutti affamati, stanchi. Metterebbe poi in crisi ciò che ci piace fare di più in assoluto – mangiare – diventeremmo insofferenti, troppo esausti anche per esprimere i nostri sentimenti: ci spegneremmo, avendo come unico pensiero il cibo a cui non potremmo accedere. Ecco, se noi perdessimo coloro i quali sono a tutti gli effetti ancora i custodi della nostra biodiversità, l’80% della quale oggi si trova in luoghi abitati da popoli indigeni (altro link in bio), accadrebbe una cosa simile. Perderemmo i nostri beni non-così-facilmente-rinnovabili più preziosi, e quindi perderemmo anche tutto ciò che rende il nostro stile di vita possibile come lo conosciamo. Per fare un paragone in termini biologici o evoluzionistici, una popolazione varia ha più possibilità di resistere a malattia, un’umanità (culturalmente) più eterogenea ha più possibilità di vivere su questo pianeta (e no, la soluzione non è scappare su Marte).
Purtroppo questo pericolo è molto più reale di quello che si sia portati a pensare, a causa di politiche portate avanti dagli Stati (che si adoperano troppo poco per fronteggiare il cambiamento climatico) e da enti come il WWF, che in nome della “conservazione”, sfrattano popoli indigeni dalle loro terre trasformandole in riserve naturali – spesso poi adibite al turismo – che non solo violano i diritti umani di queste persone ma che si dimostrano anche meno efficienti (dai che ci mettiamo un altro link in bio). Questo ovviamente non ce lo dice nessuno, ma la buona notizia è che è in nostro potere decidere quali ONG sostenere (vedi Survival International), cosa e dove comprare i beni che consumiamo, e che il mondo rimane pieno di posti da visitare in cui il turismo è portare di ricchezza reale. Forse è meglio fare un sacrificio al giorno, e togliersi il pericolo di torno.

 

Quando per la prima volta (ancora alle scuole superiori) misi questa visione del mondo davanti alla mia professoressa di biologia, mi disse che avremmo dovuto “fare due chiacchiere” – di cui poi si dimenticò. Al momento la cosa mi fece gran rabbia, ora invece vedo il suo atteggiamento riflesso nelle istituzioni internazionali e nel nostro non considerare il problema: ne parleremo, ma in verità faremo di tutto per dimenticarcene.

 

Purtroppo o per fortuna, ora però la scelta non c’è più. Non si può sperare che a questo problema ci pensi qualcun altro, perché quel qualcun altro che dovrà prendersi cura del nostro pianeta siamo noi, e quello che serve è uno sforzo collettivo. Se siamo arrivati a questo punto chiediamoci: come è possibile che una specie distrugga il proprio ambiente? É quella che seguiamo e tanto agonizziamo, evoluzione o autodistruzione? Non eravamo gli organismi più intelligenti sulla faccia della terra? L’idea di base di per sé non è così difficile: se le strategie che abbiamo messo ora in atto per preservare l’ambiente non si stanno dimostrando sufficienti (ehm), lasciamo questo incarico a coloro che si sono dimostrati in grado di farlo e prendiamo esempio da ciò per abbattere giorno per giorno, scelta per scelta, quelli che crediamo essere nostri voleri e necessità ma che sono invece frutto di quello che siamo stati abituati a portare a pensare. Ci sono altri modi di vivere, al di là della rete.

 

Tutti i link in bio che vi ho promesso:

Intervista a Nicolino Di Pasquale: http://www.oggi7.info/2007/09/11/253-nicolino-di-pasquale-il-professore-che-ha-svelato

80% della biodiversità in mano a popolazioni indigene: http://kikukula.blogspot.com/2015/06/biodiversita-e-popolazioni-indigene.html

Distruzione in nome della conservazione: https://www.survival.it/articoli/3367-survival-baka-wwf

 

What are you on about? Have a look around you, the western lifestyle is everywhere, and that is the way it’s gonna be, it’s called progress! Ok, I’ve heard that before… next one please?

I was 17 when my grandpa showed me a yupana. This Inca “calculator” consistently simplifies usual operations, thanks of its intuitive visual system and the use of a base 40. The enigma behind it was solved in 2001 by the Italian professor Nicolino Di Paquale (link in bio) and some people hypothesize it could be the way forward for introducing dyslexic children to math. Since then, I started to look for solutions with a different mindset: what if what we’re waiting to be invented already exist? Maybe what we need to do is to dare and to see through the veil that surround us, being ready to embrace whatever comes to us.

At first, two things stuck my attention. First: there are currently around 150 million of people living in a tribal situation. Second: nobody ever bothered to tell me. This could seems of no importance, but when we recognize the highly specific knowledge of their environment that these peoples have, well… things change. It’s estimated that the 80% of the population is fed on an average of 15 plants, but over 30.000 thousands are used from indigenous people around the world. In Italy there are some dialect expressions than explain better than anything else feeling or situations that come to be in a very specific place. In Veneto we say “freschin”, a word for the smell of rotten eggs when the air is particularly dump and thick, that is just not translatable in Italian. In the same way, it’s estimated that the indigenous language of Haiti supported a better understanding of that ecosystem than biology does today. Why? Well Haitian not only would have named a fish from the specie it belonged to, but also from its maturity and the way they used to capture it. Although basic, the hooks made by indigenous people proved to be much more effective of the elaborated English ones, to the point that even colonizers admitted it! Why do we keep ignoring this?

 

In Europe there is just one recognized indigenous population, the Sàmi, but our way of living keeps harming many communities around the world. This is because of the way we source the materials our goods are made of, or for the ways we travel. Why should we care about it? Well, take a moment to think of what would happen if all the farmers would die. The food industry would collapse and people who never considered that job before would find themselves obliged to do it. This would imply an enormous loss of energy, delays in the production, waste of crops, harvests, which would make all of us hungry and tired and it would then put at risk what we love the most – drinkin… cough cough.. eating. We would become restless, too exhausted even to express our emotions and we would only have one thought: the food we would not be able to access. Here’s the thing: if we lose those who statistically are the protectors of our biodiversity, the 80% of which is today found in indigenous peoples’ territories (another link in bio), it would happen the same thing. We would lose all of those precious not-so-renewable-resources we live on and with them our lifestyles as we know them. Let’s make a comparison from an evolutionist/biological point of view: a more variegated population is more likely to resist a disease, a more (culturally) variegated humanity has more possibility to live on this planet (and not, the solution is not to escape on Mars).

Unfortunately, the danger is much more concrete than we think, because of the attitudes of States towards climate change (almost not existent) and the policies of organizations like WWF, that in the name of “conservation” expropriate indigenous people of their lands, for then using them as touristic attractions. This not only violated their rights as peoples and people, but it also proved not be as efficient (let’s put another reference in the bio). The good news is that it is in our power which NGOs to support (see Survival International), what and where to buy the things we use, and that the world is full of places to visit where tourism brings actual wealth. A sacrifice a day keeps the danger away, or at least we hope so.

When for the first time (I was still in high school) I brought this point of view in front of my at-the-time biology teacher she told me we should have had “a chat” – which she then forgot about. At the time this angered me, now I just see her attitude reflected in the approach of international institutions to the cause: “we’ll speak about it”, but really we just want to avoid it.

Fortunately or unfortunately, the choice is not there anymore. We can not hope for someone else to solve this problem, because that “someone else” it’s us. If we got to this point let’s ask ourselves: how come that a specie destroys its own habitat? Is what we are endlessly running towards, evolution or self-destruction? Weren’t we the most intelligent beings on earth? The idea itself is not too complicated: if the strategies we used till now are not proving to be efficient (ehm), let’s leave the task to the peoples who proved to know how to handle it, and let’s make this the starting point to question, day by day, decision by decision, what we think are our wills and necessities, but that maybe are just what we have been brought up to think. There are other ways of living, once we look trough that veil.

 

All the links I promised you:

 

Yupana, pre-colombian approaches to techology: http://www.aprja.net/back-to-the-future-in-a-place-called-america/?pdf=851

 

Indigenous Peoples and Biodiveristy: https://www.survivalinternational.org/conservation

 

Controversial WWF policies over conservation: https://www.survivalinternational.org/campaigns/wwf


Irene Delfanti

Non mi piace stare troppo nello stesso posto e mi piace riscoprirmi, sono sempre in cerca di una nuova prospettiva. Ho studiato Theatre Design alla UAL di Londra, città dove ora risiedo. Delle discipline artistiche mi piace la loro capacità di investigare la realtà da una prospettiva sempre diversa, talvolta sfuggevole, ma spesso vera. Nonostante ciò, sono sempre in cerca di domande e di risposte.

Italiana di nascita, il resto si vedrà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *