L’estetica è etica. Appunti per una politica dei bisogni (Parte II)

Qualche mese fa abbiamo inagurato politicadellabellezza.it e, come sempre accade al principio di un percorso, non avevamo le idee chiare. Eravamo confusi, ma sentivamo che era necessario. Lo era per noi e per le nostre comunità: la nostra voce è necessaria; il nostro impegno è necessario; la consapevolezza di noi stessi e degli altri è necessaria.

Qualche  mese fa iniziammo da un libro che ci aveva accompagnati, o meglio inseguiti, nel nostro lungo peregrinare da anime inquiete: la politica della bellezza. Da questo libro nacque il mio primo post che parlava certo di Hillman, ma soprattutto di politica, bellezza e bisogni. Oggi ritorno con un post che è la continuazione ideale di quell’inizio: una politica dei bisogni (parte II).

 

È necessario innanzitutto chiarire l’idea di politica o almeno la mia idea di politica. Lo faccio per voi, ma lo faccio soprattutto per me stesso: io uso politica come sinonimo di idee. La politica deve parlare, appunto, di idee; deve avere una chiara visione del futuro; deve cercare di dare risposte innovative alle grandi sfide venture. Sono queste sfide a determinare l’ampiezza e il reale significato dei nostri bisogni.

Quando parlo di politica non mi interessa la gabbia retorica dello pareggio di bilancio o dello zero virgola; delle navi bloccate nei porti; di cosa fa il padre di Di Maio, di Renzi o della Boschi. Non mi interessa se il sindaco di Riace abbia fatto bene a violare la legge; o se Berlusconi abbia iniziato, seguendo un protocollo ben collaudato, la sua campagna acquisti. Non mi interessano le lacrime da coccodrillo di Juncker sulla tragedia greca.

Questo non è Politica. Si tratta di amministrazione, nel migliore dei casi, o, più spesso, di gossip e cronache giudiziarie. Tutto quello che volete, ma, per pietà, non usate il termine politica.

 

Per come la intendo io – o meglio per come la intende politicadellabellezza.it – la politica parla di futuro, di idee, di estetica, di bisogni. Il mondo come lo abbiamo conosciuto sta cambiando ed è sempre più pressante la necessità di offrire delle soluzioni politiche innovative, che certamente non si possono basare su strutture ideologiche del secolo scorso.

 

Sono quattro i grossi interrogativi a cui bisogna dare risposta nel prossimo futuro e che, come sempre avviene, sono strettamente legati tra di loro.

 

  • Ambiente

Siamo ufficialmente entrati in un nuova era geologica, quella dell’Antropocene. Gli addetti i lavori discutono ormai da qualche decennio di come l’uomo abbia irrimediabilmente alterato gli ecosistemi terrestri. Questo significa non solo che il nostro pianeta stia diventando sempre meno resiliente, ovvero stia perdendo non solo la capacità di rigenerare i sistemi ecologici fondamentali per la vita, ma anche che la stabilità climatica di cui abbiamo goduto negli ultimi 11700 anni vada a farsi benedire. Di cosa abbiamo bisogno? Di cambiamenti rapidi e radicali del nostro stile di vita. La scienza sa cosa dobbiamo fare, la tecnologia è lì per aiutarci, il problema è politico.

 

Il principale colpevole: la sovranità statale.

 

  • Migrazioni

Si tratta di un tema altamente politicizzato in cui non si riesce a sfuggire dalla stupida dicotomia muri/porti chiusi versus terzomondismo pro migratorio fuori tempo massimo.

Chi dice che l’immigrazione non sia percepita come un problema – che `cosa diversa dal dire l’immigrazione è un problema – dovrebbe mettere da parte i dolcevita in cachemire,  vini biodinamici e veganesimo d’assalto e, magari, fare un giro per le borgate delle nostre città.

Chi crede invece di fermare i flussi migratori costruendo muri, o adottando misure simili, dovrebbe ricordare, prima di tutto, cosa significhi essere umani (Torre Melissa docet); e, inoltre, l’insegnamento del testo di una vecchia canzone: “come può uno scoglio arginare il mare”. Nessun muro può fermare chi scappa da guerre e tragedie umanitarie che noi occidentali abbiamo spesso contribuito a creare.

 

Il principale colpevole: l’Europa.

 

  • Economia

Amici miei lo dico forte e chiaro lavorare non è solo stancante, ma è anche inutile. Noi crediamo con il nostro lavoro di creare valore economico e di contribuire alla crescita di quel bel numerino chiamato PIL. Stolti che siamo!

A produrre valore non è più il lavoro, ma il capitale. Il lavoro ha dimenticato come produrre valore, mentre il capitale lo ha imparato benissimo.

Una politica seria si impegna a ridistribuire il capitale piuttosto che inseguire una crescita del PIL che, a livello di qualità della vita, non significa un bel niente. Una civiltà che misura il benessere in quantità di beni prodotti merita l’estinzione. Ringraziando iddio ci siamo vicini.

 

Il principale colpevole: chi non vuole il reddito di cittadinanza. Come ricordava Marco Guzzi qualche giorno fa: “ho l’impressione che le difficoltà sorgano perché stavolta i soldi vengono dati ai poveracci”. A pensar male si fa peccato ma, spesso, ci si azzecca.

 

  • Educazione

Da quanto fin qui detto, il sistema educativo dovrebbe essere rimodulato verso obiettivi che esulino dal mero apprendimento di nozioni.  Soprattutto ai bambini, quasi prima che a leggere e far di conto, bisognerebbe insegnare due cose: il bello e l’empatia.

Bisognerebbe insegnare che “kalos kai agathos” – il bello è anche buono – che un’estetica senza etica non è concepibile. Si tratta, piuttosto, di due facce della stessa medaglia. Attraverso l’estetica si prende coscienza del nostro legame armonico con l’ambiente umano, naturale e sociale che ci circonda; mentre l’etica ci permette di agire per il miglioramento di tale ambiente.

Bisognerebbe insegnare, parafrasando Hillman, la bellezza come pratica.

 

Il principale colpevole: i selfie ed i messaggi vocali.

Spirito europeo nato in Calabria su quel pezzo di mare tra Isola Capo Rizzuto e punta Stilo.

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