I recuperanti

E’ una giornata grigia e per la verità non so se uscire in
motocicletta per andare a lavoro. Nell’anno 2017 di nostro Signore,
il mio lavoro è fatto di spostamenti frequenti. Lavoro a domicilio, su
appuntamento. Vado di casa in casa e nei circoli sportivi, dove
insegno yoga e tecniche di rilassamento. Se da bambino mi avessero
detto, che esistono lavori del genere non ci avrei creduto. Per la mia
generazione di provincia i lavori erano quelli dei padri. Erano i
mestieri, o al più lavori vacui e poco definibili, come l’impiegato o
il militare, che per quanto ne sapevamo, consisteva nell’indossare
delle divise e manifestare una certa forma nel comportamento.
Non è che ci ponessimo troppe domande, era così e basta. Eravamo
ancora bambini e accettavamo il mistero come parte integrante della
vita.
Il cielo è grigio, ma l’aria e tiepida e seppur non muoio dalla voglia
di cavalcare il mio vecchio ferro, mi convinco che possa essere un
modo diverso per accedere alla routine di viaggio che implica la mia
occupazione.
La verità è che tutt’ora mi sembra poco rispettoso della libertaria
sacralità delle due ruote, impiegarle per operazioni di ordinaria
amministrazione. La macchina è per dovere, la moto per la fuga e la
selvaggia evasione.
E’ l’altare da consacrare nei momenti di libertà di culto
dell’infinito vagare. Oggi però faccio un’eccezione. Mi preparo a
fatica. Indosso la giacca con le pesanti protezioni. Quella è la
corazza che mi alleggerisce dalle eventuali recriminazioni sul non
aver aderito ai protocolli base sulla sicurezza del viaggiatore. E
così, zaino in spalla, esco di casa e salto sul mio borbottante,
assonnato bicilindrico amore.
L’aria è fresca, pulita. La assaporo e intanto raddrizzo la schiena e
mi assesto sul sedile. I negozi sono aperti, il paese è sveglio già da
un po’ e ritrovo nella gente gli stessi rituali, che osservavo da
bambino andando a scuola.
C’è chi fa colazione e fuma fuori dai bar, i negozianti che sistemano
le vetrine e quelli delle consegne che scaricano scatole e pacchi come
se fosse Natale. Sembra quasi che la crisi non sia mai esistita,
perché se pure il profitto soffre, il rituale e la speranza di tornare
al sole non mollano la presa sulla quotidiana necessità di
legittimare lo sforzo di consumare.
Mi lascio alle spalle il paese ed imbocco la familiare Braccianese.

La strada per Roma, quella delle cose importanti, degli eventi
eccezionali. Quella delle incursioni nei miti vaghi e scontati del
doverci andare, per una qualche vitale ragione. Una visita pediatrica,
comprare un’automobile o acquistare le macchine per la falegnameria di
mio padre, ma mai per affetti e visite di cortesia. Non ricordo di
aver mai avuto parenti nella capitale.
Il traffico della mattina è lento ma scorrevole. La motocicletta mi
permette di sorpassare, ma sono in orario e non mi va di torcere la
manopola. E’ mattina e non so, se l’istinto o semplicemente il sonno,
mi tengono a riparo dalla frenesia del dover arrivare. Ho fatto la mia
solita e abbondante colazione, ma il pensiero di dovermi fermare a
fare benzina, mi porta alla mente il conforto delle fragranze del bar
e delle colazioni. Non ho fame. E’ solo la voglia di lasciarmi andare
ai bagordi dell’illusione di una libertà che oggi non posso celebrare.
E’ uno stato mentale. E’ una pulsione verso la fuga dalla necessaria
disciplina che reputo oppressione. Una forma d’intolleranza e di
atavica, spontanea ribellione. Oggi non è festa. Mettitelo in testa.
Metti benzina e vai a lavorare. Il mio lavoro mi piace, ma reputo che
il concetto di dover sottostare ad uno schema prestabilito lo renda
comunque costrizione. Allora mi abbandono al flusso di coscienza, alla
sottile frustrazione, che forse somiglia comunque a quella di un
pendolare e tiro dritto scommettendo sulla quantità di benzina residua
da dover amministrare.
Il lavoro fila liscio. Faccio delle buone lezioni, come sempre a metà
tra la filosofia e lo studio del movimento consapevole. Il tempo
scorre veloce. Saluto l’ultima allieva e sono felice. Ho in tasca il
necessario per garantirmi il pranzo da consumare nel mio avamposto di
frontiera, a Crocicchie, dove per me i sogni e la contemplazione sono
di casa. Il cielo, vasto e oggi fumoso, si lascia contemplare. Qui
trovo sempre lo spazio e la rarefazione necessari per celebrare le
piccole cose.
La strada è sgombra e mi muovo veloce. In mezz’ora arrivo alla
stazione di servizio poco distante dalla mia destinazione. Qui c’è
anche il supermercato dove posso comprare il pranzo da viaggiatore. Un
panino con un prosciutto che promette qualità e sapore ormai rari.
Così almeno dice il commesso venditore. Riparto con la gioia semplice
di chi ha tutto il necessario nello zaino. Nessun desiderio nel
cuore. Nulla che vada al di là dell’immediata realizzazione del pasto
da consumare nel posto in cui ricordo che so sognare. Svolto per via
dei sette fossi, percorro le poche decine di metri che mi separano
dalla mia piazzola ristoro e vedo una motocicletta posteggiata.
E’ una vecchia Guzzi v35. E’ snella ed elegante, ma piuttosto
trascurata. La gomma posteriore è a terra. Il motore ha una
bellissima linea. E’ il genere di moto che si presta magnificamente
alle elaborazioni così dette “cafè racer”.
Associo subito la sua condizione al tipo di personaggio, che abita
questa zona in lenta, eterna, distopica caduta. Dev’essere come la
moto. Immagino un uomo sulla sessantina vestito da straccione, che se
ne frega dell’apparenza. Il tipo che sa fare qualsiasi genere di
riparazione funzionale, senza badare all’ estetica e al prestigio del
suo ferro a motore.

Poso la mia motocicletta vicino alla malconcia cugina. La osservo da
vicino. La ruggine la assedia, ma i ferri resistono. Il nucleo
pulsante e l’ossatura sono fatti per durare e non hanno nulla a che
fare con gli oggetti di consumo del terzo millennio. Un animale di
strada, lento e costante, che ha in se l’epica della lotta contro le
ingiurie del tempo. Credo sia questo ad animare i cultori dei veicoli
d’epoca. Un inconfessato desiderio di prendersi cura di qualcosa che
potrebbe sopravvivergli. Qualcosa che prosegua la missione oltre la
cortina dell’inevitabile, definitiva caduta.

Legato sul piccolo portapacchi oltre la sella c’è un sacchetto di plastica con dentro
quelli che sembrano indumenti. È legato con degli elastici consumati e
sporchi di grasso. Il faro, tondo, occhiuto, è sporco ma integro, così
la strumentazione e le spie luminose. Tutto, del vecchio cammello,
racconta di immaginarie carovane. E’ il genere di moto che mi aspetto
di trovare a Marrakesh, con una cassa di datteri legata sul
portapacchi. Mi siedo sul muricciolo di cinta di una centralina del
gas. C’è appena lo spazio per sedersi. Paletti a T, di ferro sono
murati lungo la linea centrale del manufatto. Sostengono una pesante
rete elettrosaldata a protezione delle tubature che emergono dalla
terra come bizzarre creature pietrificate. Prendo dallo zaino il mio
meritato panino. Il prosciutto è buono. Il cielo si mantiene di un
grigio indeciso. Non c’è vento. Lo sguardo vola al margine delle
colline, in cerca del punto dove un tempo campeggiava il mio albero
sacro, il mio personalissimo totem. Un pino arso, immortalato dalle
fiamme di un incendio, reso una metafisica e contorta silhouette a
guardia dell’orizzonte. Ora non esiste più. I rami semicarbonizzati si
disgregarono a poco a poco, fin quando un qualche volenteroso
contadino locale non decise di porre fine a quella lenta agonia,
abbattendolo definitivamente. Mi ricordo che portai via dei frammenti
di corteccia. Il mio feticcio. Chissà dove sono finiti. Mastico
lentamente il mio panino ed osservo il paesaggio, che a parte pochi
cambiamenti, resta fedele alla sua sostanza. Poi il rumore di un
motore diesel, un trattore sicuramente. Arriva dai campi. Eccolo
comparire. Ah che gioia! Un vecchio trattore arancione con i fari
rotondi e quella griglia che gli da l’espressione di un enorme insetto
stupito.
A bordo ci sono due figure. Alla guida un ragazzo sui venticinque
anni, vestito da lavoro, ma pulito. Arrampicato sul rimorchio invece,
un uomo attempato, prossimo alla figura che avevo immaginato. Indossa
una tuta arancione di quelle dell’anas. Un operaio delle strade, di
quelli che asfaltano e riparano buche, penso. Hanno entrambi la barba,
ma sono diversi. Quella del padre è totalmente incolta. La barba di
chi non ha voglia di farsela. Il ragazzo invece è curato e mostra la
scontata e quasi tenera volontà di emanciparsi dalla rassegnata
incuria esibita dal padre. Lo stato di manutenzione della vecchia
Guzzi lo rappresenta. Quella densa e retorica poetica stracciona mi
affascina e conforta. L’idea che ci sia ancora gente, che vive a
riparo dai condizionamenti della civiltà dell’immagine, mi fa pensare
che in fondo esiste la possibilità di conservare e ritrovare radici
profonde di una civiltà della concretezza. Contadini e operai, che
degenerano fuori per mantenersi integri dentro.
Mi alzo dal muretto e gli vado incontro. Mi salutano cordialmente. Il
padre è espansivo, il ragazzo timido. Credo si vergogni, pur
volendogli bene. Ha il volto rassegnato, ma teneramente consapevole
degli sforzi e del ruolo del vecchio genitore. Iniziano subito a
posizionare il trattore in modo da facilitare il recupero della moto
in avaria. Li osservo affascinato e gli chiedo se posso fotografare
l’operazione. Il padre mi da l’ok compiaciuto. La sua ingenua forma di
vanità. Gli chiedo di posare. Il padre sorride fiero e cordiale, il
figlio guarda in basso, ma non è seccato.
Quella foto esiste, ne esistono molte, una sorta di storyboard che
avevo nella testa al momento. Questi due straordinari personaggi con
l’universo in disfacimento che li accompagna, campeggiano nella mia
mente, mentre scrivo, mentre cerco di raccontare cosa vedo oltre la
cortina fumosa dei loro corpi. Il padre posa in piedi, sul rimorchio
del trattore. Sorride con candore infantile. In un lui c’è un senso di
fatale ritorno al nulla, come se per lui , esistere fosse un
carnevalesco esercizio di lenta, inesorabile dissoluzione. Si direbbe
divertito dalla certezza del suo decomporsi, dall’oscena messa in atto
della parabola illusoria e fenomenica della vita.
O forse è solo allegro, perché torna dal lavoro e sa che qui, nel suo
regno fatto di santo niente, abdicherà le fatiche e le velleità della
gioventù alla progenie, ritratto comunque a tempo indeterminato nel
totem del ruolo che la paternità gli ha dato.
Il ragazzo, sorride ma è più sfuggente. Quella non è esattamente la
veste pubblica che reputa migliore. Non sarà mai come il padre, eppure
la fedeltà al clan lo ha scisso, poi reintegrato rendendolo un curioso
Buddha, dall’enigmatico sorriso.
Scattata la foto i due si mettono a lavoro. Sono pratici e coordinati.
Il padre da qualche indicazione, più per rituale che per necessità.
Riconosco tutto questo. Quando lavoravo in falegnameria, con mio
fratello ed il mio secondo padre, era bello sentirsi dire cosa fare
dal grande vecchio, benché lo sapessimo già. Le relazioni umane si
basano sui rituali, sulle carezze nascoste, su transazioni sottili che
danzano nel reale e grossolano dell’azione,
Osservo le operazioni senza interferire. Sono un reporter del normale.
Quotidianità che è già ieri, che lentamente si fa reliquia,
archeologia familiare.
Tutto è armonico e silenzioso, nessuno parla se non è necessario ed in
pochi minuti tutto è in ordine e i recuperanti sono pronti per
partire. Ci salutiamo sorridendo. E’ successo qualcosa, lo sappiamo
tutti, ma non è necessario parlarne. Senza una parola il figlio
accende il motore del trattore e partono per tornare. Mi fa un cenno
con la mano, sorride, ingrana la marcia e si avvia verso un qualche
confine. Il padre è in piedi sul rimorchio col ferito a due ruote. Ad
un tratto, come se avesse dimenticato qualcosa, si gira, fa una rigida
torsione e mi saluta con la mano, sorridente come l’ho visto arrivare.
Resto a guardarli scomparire, mentre il cielo che finge di cambiare
torna sul grigio vacuo e innaturale, che a Crocicchie ho visto mille
volte cadermi sulle spalle, mentre sognavo le avventure che ho finito
per vivere e che vi voglio raccontare.

 

Insegnante di Yoga

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