PROGRAMMAZIONE DI MASSE

Sempre più frequente, nel nostro scenario politico e mediatico, è l’utilizzo delle cc.dd. “armi di distrazione di masse”. Una pratica molto più semplice da applicare rispetto a ciò che si è abituati a credere. Ogni individuo è, più o meno consciamente, costantemente influenzato dai vari mezzi di informazione (diretti ed indiretti), in grado di operare condizionamenti tanto profondi quanto inconsapevoli.

Facendo emblematicamente riferimento ad alcune delle strategie utilizzate  per il  controllo delle masse e di seguito descritte – elaborate dallo studioso Noam Chomsky (professore al Massachuttes Institute of Technology) – si può  notare come queste, da anni, vengano utilizzate pedissequamente nel nostro Paese (e non solo) dai politici e dagli organi di informazione.

Innanzitutto la più diffusa è quella che mira allo sfruttamento dell’“emotività”: una tecnica classica per la quale si crea un’emozione allo scopo di provocare un corto circuito sull’analisi razionale e sul senso critico di ogni individuo. In particolare, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio del soggetto al fine di impiantarvi idee, desideri, timori per indurre comportamenti.

O ancora, un altro metodo è quello che viene definito “problema-reazione-soluzione”: si crea un problema (una situazione prevista) allo scopo di stimolare una certa reazione da parte dell’opinione pubblica, affinché sia essa stessa a chiedere e volere quelle misure che si desiderano far accettare e che, altrimenti, non verrebbero allo stesso modo gradite. Ad esempio: produrre una crisi economica per far acconsentire, quale “male necessario”, alla retrocessione dei diritti sociali e allo smantellamento dei servizi pubblici (ne è emblema, nel nostro Paese, il tentativo non riuscito di modificare la Costituzione).

I metodi per produrre condizionamenti dell’opinione pubblica sono vari e sfaccettati per cui nessuna classificazione sarebbe mai del tutto esaustiva, ma ciò che rileva è che questi altro non sono che la conseguenza di un utilizzo distorto di quella che è la maggiore funzione del cervello umano: cioè la capacità di eseguire alla perfezione quanto  ha “in programma”.

In particolare, si pensi al cervello dei neonati: all’inizio non è in grado di fare quasi nulla, dopodiché comincia a collezionare informazioni che poi si tradurranno in azioni. Quei dati daranno vita a delle sinapsi ovvero, semplicisticamente, al collegamento elettrico e biochimico di neuroni che genera un pensiero (un “programma”): ad esempio il fuoco brucia, quindi se c’è fuoco è bene non avvicinarsi troppo.

Il cervello umano opera, dunque,  richiamando programmi mentali che sono stati accumulati nel tempo e che, una volta “installati”, questo difficilmente metterà in discussione. E, la cui automaticità esecutiva, nella gran parte dei casi, è senz’altro vantaggiosa per l’uomo che, ad esempio, non avrà bisogno di scottarsi ogni volta che si avvicini al fuoco per essere consapevole che questo bruci; in automatico, non ci si accosterà.

Ovviamente, ogni individuo nasce vergine di pensieri e quindi di comportamenti. Solo con l’andare del tempo e con il susseguirsi di esperienze più o meno consciamente rilevanti, la mente umana viene “programmata”: ad esempio come parlare, come camminare, come e cosa pensare.

Nello specifico, il cervello si programma per ripetizione (tipo la lezione a scuola) oppure  per emozione. Mentre con la prima si crea una sorta di programma “debole” che poi viene rafforzato con il tempo fino ad arrivare – se la ripetizione si protrae per un periodo sufficiente – all’automatismo, le emozioni sono invece in grado di generare solidi programmi – anche basandosi su una sola circostanza di apprendimento – poi richiamati in automatico.

Dunque il cervello umano, come un congegno perfetto, eseguirà meccanicamente ciò che cultura, ambiente sociale e familiare, mass media, gli hanno “installato”.

E se qualche programma fosse fondato su dati errati?

Per comprendere come la politica e i mezzi di informazione possano influenzare il cervello delle masse, “impiantando” programmi, dunque condizionando menti, senza che queste abbiano alcuna consapevolezza di ciò, si vuole portare, tra i tanti, l’esempio della battaglia di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.

Nello specifico, un sondaggio realizzato nel settembre del 1940, aveva evidenziato che l’88% della popolazione americana era contraria all’entrata dell’America nella guerra iniziata l’anno prima e che si sarebbe conclusa 5 anni dopo: la seconda guerra mondiale. Anzi, lo stesso Roosvelt era stato eletto presidente degli U.S.A. anche grazie alla promessa che non avrebbe mai trascinato la nazione nel conflitto che si stava consumando. Tuttavia il 7 dicembre del 1941 accadde ciò che avrebbe contribuito a modificare il corso della storia: 350 aerei giapponesi attaccarono “senza motivo” le flotte navali statunitensi nel Pacifico, provocando 2273 morti e 1119 feriti. Quel giorno viene ricordato come la battaglia di Pearl Harbor.

Davanti a questo “ingiusto” assalto, l’America venne investita da un’ondata emotiva (un’”emozione” appunto), di una portata tale da riuscire repentinamente a far mutare la percezione di milioni di americani in riferimento al conflitto mondiale. L’attacco “senza motivo” e di quella portata, fece quindi sorgere un senso di “ingiustizia” nell’opinione pubblica che, improvvisamente, si dichiarò a favore dell’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America.

Ma…è’ così certo che il cambio di pensiero avvenuto nella mente della stragrande maggioranza degli americani – derivante da una forte emozione come quella appena descritta – fosse davvero fondato su un dato reale?

E’ giusto credere che tutti i programmi di cui il nostro cervello si compone, e che col tempo esegue in automatico – cioè quelli che condizionano i nostri convincimenti e quindi le nostre azioni – siano sempre il frutto di una verità (tipo, nella dimostrazione di cui sopra:  “il fuoco brucia”)?

Per rispondere a questa domanda, rimanendo nell’esempio della battaglia di Pearl Harbor, per prima cosa, è opportuno chiedersi a chi converrebbe intraprendere un conflitto mondiale. Apparentemente a nessuno ma, volendo operare un’analisi meno superficiale (ciò che tendenzialmente sono portati a fare i cc.dd. “complottisti”),  entrare in guerra conviene innanzitutto a chi produce armi, che, se vengono utilizzate, si alza la richiesta e dunque i profitti. E poi, molto più semplicemente, conviene a chi sa di poterla vincere: per la conquista dei territori, la spartizione di grandi appalti, magari per sovvertire le sorti economiche di un Paese le cui vecchie regole avevano condotto ad una depressione finanziaria e sociale.

Fatta questa premessa, anche grazie al “Freedom of Information Act” (atto per la libertà di informazione: una legge americana emanata il 4.7.1966, che ha aperto l’accesso a vari documenti riservati e/o coperti da segreto di Stato) si può, oggi, quantomeno dubitare circa le dinamiche che hanno condotto al massacro di Pearl Harbor e che potrebbero essere ascritte al discorso che si sta facendo. E’ infatti emersa una verità diversa, ovviamente non ufficializzata, ma della quale vari scrittori hanno fatto menzione.

In particolare, già dai mesi precedenti l’attacco del dicembre del ‘41, negli ambienti politici americani, secondo alcuni autori, circolava un bollettino firmato dal capitano di corvetta Arthur McCollum (un alto militare esperto dei costumi del sol levante) contenente un piano che faceva esplicito riferimento alla creazione di condizioni che inducessero i giapponesi ad un attacco armato contro gli U.S.A.

Nella commissione di inchiesta che venne aperta all’indomani della strage (a dimostrazione che evidentemente già all’epoca ci fosse il sentore che qualche aspetto della trattazione “ufficiale” fosse, nella realtà, diverso da come era stato prospettato) fu comunque esclusa qualsiasi responsabilità diretta del Presidente Roosvelt sulla base dell’assunto che questi non fosse mai venuto a conoscenza del piano McCollum. Tuttavia – secondo la ricostruzione vari storici – alcune perizie scientifiche successive hanno invece dimostrato la presenza delle impronte digitali del Presidente su ognuna delle pagine del suddetto documento. Per di più è ufficiale, ma ciò viene declassato a mera coincidenza, il fatto che talune delle azioni precedenti all’attacco giapponese, intraprese dagli U.S.A. (su imput di Roosvelt), corrispondessero proprio ad alcuni punti del piano del Capitano McCollum.

Se ciò non fosse sufficiente a far sorgere almeno il dubbio sulla veridicità dei dati ufficializzati, si consideri altresì che, benché, come detto, la versione oggi riconosciuta escluda qualsiasi coinvolgimento di Roosvelt e dell’amministrazione americana nell’attacco di Pearl Harbor, vi sono comunque documenti che confermano il fatto che il Presidente venne informato dell’imminente pericolo da ben 8 fonti diverse; malgrado ciò, non solo le flotte americane non vennero spostate, ma neppure venne dichiarato lo stato di allerta.

Senza la presunzione di riscrivere la storia ma soltanto con l’intento di porre alla luce come facilmente possano manipolarsi i pensieri delle masse (talvolta su impulso di informazioni reali, tal’altra con l’utilizzo di fatti, della cui genuinità è lecito quantomeno dubitare), il dato certo è che milioni di cittadini abbiano istantaneamente cambiato idea sull’entrata in guerra degli Stati Uniti, e che l’America sia stata poi uno dei Paesi ad uscirne vittoriosa.

La decisione degli americani di entrare nel conflitto mondiale è stata davvero frutto del loro libero arbitrio?

Se si parametrasse quanto detto in queste righe – in maniera, per alcuni versi, anche semplicistica – a ciò a cui siamo abituati ad assistere quotidianamente nello scenario politico e mediatico italiano, il risultato dovrebbe essere, quantomeno, un impulso a “rimanere vigili”.

Opera Ipsiratrice:

“Il potere del  cervello quantico” di Pentimalli e Marshall.

Avvocato

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