L’importanza delle parole: dei perché e di altre creature fantastiche

Siamo tutti stati bambini e ne conserviamo, ognuno a suo modo, le tracce. C’è chi di quel periodo conserva la dolcezza, chi la strafottenza, chi l’ingenuità. Tutti invece conserviamo, nascosto in un anfratto del nostro inconscio,  il lungo periodo dei perché.

Quello dei perché è forse il più bel momento della vita di un essere umano. Qualsiasi cosa ci veniva detta faceva scattare, in maniera quasi automatica, il perché. Il perché era la chiave interpretativa dell’universo. Tramite i nostri perché leggevano la realtà, acquisivamo nuove conoscenze, scoprivamo nuove parole e, tramite queste, nuovi mondi.

Chiudiamo gli occhi e pensiamo a quei momenti in cui da una parola nuova scaturiva automaticamente il perché. Le parole a cui oggi voglio guardare con gli occhi del bambino sono due: Europa ed Immigrazione. Parole importanti, parole pesanti.

Immagino di avere 5 anni, di essere davanti ad un telegiornale ed ascoltare in continuazione queste due paroline magiche: Europa ed immigrazione.

 

Europa. Ci penso, non la conosco, non so cosa sia. Allora mi giro verso babbo e chiedo: “papà perché tutti parlano di questa Europa?”. Deve essere una cosa veramente importante.

Cerchiamo allora di spiegare al bimbo Domenico come è nata questa Europa e, soprattutto, cosa è diventata.

L’Europa, prima di essere un’entità geografica e politica, è un sogno. Un sogno nato alla fine della seconda guerra mondiale nella testa e nei cuori di uomini illuminati.

Spinelli, De Gasperi, Monnet, Schuman, Adenauer, Spaak avevano vissuto gli orrori di un conflitto fratricida che aveva distrutto le vite ed il futuro di intere generazioni. Solo valori quali solidarietà, condivisione, rispetto delle diversità avrebbero impedito il ripetersi di simili tragedie.

Politici ed intellettuali visionari si presero carico di concretizzare tali valori attraverso degli strumenti giuridici che, passando per la creazione di un mercato unico, sarebbero serviti a porre un freno agli egoismi nazionali. Sogni nuovi per un continente vecchio.

Fin dal principio, quindi, un equilibrio tra mercato e idee, in cui il primo doveva essere strumentale al mantenimento della pace.

Il giochino ha funzionato più o meno fino alla caduta del muro di Berlino. Da lì in poi la logica del mercato, dell’austerità, dell’equilibrio di bilancio ha preso il sopravvento sulla tensione ideale che aveva caratterizzato il trentennio precedente. La logica dell’Europa ordo-liberale ha distrutto il modello sociale del vecchio continente che, attraverso diritti di cittadinanza ed un’elevata protezione sociale, aveva garantito inclusione sociale e democrazia. Tale processo è stato prima amplificato dall’introduzione di una moneta unica – basata sulla falsa illusione di poter avere un’unica politica monetaria e 19 diverse politiche fiscali – e poi da un decennio di crisi economica.

Il bimbo Domenico sembra abbastanza soddisfatto della spiegazione ricevuta. Ha un po’ di dubbi sulla parola ordo-liberale, ma da grande, forse, capirà.

 

Immigrazione. Questa parola gli è più familiare. Ha sempre ascoltato le storie dei suoi bisnonni emigrati in America e degli zii e cugini di sua madre sparsi per l’Europa. Domenico pensa che probabilmente un giorno dovrà emigrare pure lui, lasciare il suo mare ed i suoi ulivi.

“Babbo perché parlano tutti di immigrazione? A me dispiace tanto di quelle persone sulle barche che nessuno vuole”. Se fosse stato più grande Domenico avrebbe detto: “È una questione di civiltà”.

Le barche, i migranti, i porti chiusi, la convenzione di Montego Bay sul diritto del mare, il regolamento di Dublino, le aree “search and rescue” nel Mediterraneo. Non sarà troppo per un bambino di cinque anni? Non importa, proviamoci. Domenico è un tipo sveglio e non ne sa certo di meno di tanti pontificatori da bar e commentatori televisivi.

Non si tratta di stabilire chi abbia torto o ragione, si tratta di fare chiarezza nella nebbia dell’informazione/disinformazione.

Domenico chiede: “se ci sono delle regole perché tutti pensano di avere ragione?”. Il suo papà allora risponde: “questo avviene quando si fa politica. Si ha ragione anche quando si ha torto”.

Il problema di base del caso della nave Acquarius è stato, come da copione, quello dell’estrema politicizzazione. Piuttosto che trovare soluzioni si è parlato alla pancia dell’elettorato con la volontà di massimizzare il consenso. È stato il solito walzer tra due visioni opposte e parimenti scorrette: quella dell’ipocrita accoglienza ad ogni costo – a chi giova? – e quella degli illegali respingimenti di massa.

 

Un’assunzione di responsabilità forte e condivisa a livello europeo è quanto mai necessaria: si sta giocando con il futuro dell’Unione, non è uno scherzo.

Le parole che sono volate tra le diverse cancellerie europee suggeriscono un clima di tensione che non si vedeva da tempo. I nostri leader sembrano aver dimenticato quello che fin da bambini si dovrebbe sapere: le parole sono importanti.

 

OPERA ISPIRATRICE

Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, 2010.

 

Spirito europeo nato in Calabria, dottore in diritto pubblico comparato.

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