Truman, la vita è oltre un muro

È un uggioso pomeriggio di Calabria. Le nuvole estive, le più temute per la loro forza e l’inaspettata presenza, opprimono la voglia di vivere una domenica diversa, fuori dai confini d’una settimana intensa, l’ennesima sprecata fra sogni continuamente disillusi e speranze che caparbie si rinnovano. È una sensazione di sofferenza, sprecata se avvertita solo per rimpiangere l’evasione del fine settimana, ma che nasconde forse un’insoddisfazione recondita che preme per farsi spazio fra i pensieri.

Truman Burbank è amico di tanti, di chi talvolta lo frequenta, nei pomeriggi uggiosi. Come nella tempesta in un mare che gli ha rubato il padre, ed ora delle cui acque teme già solo l’esistenza, Truman conosce la paura. Non andrà mai alle Figi. Non attraverserà mai quel ponte, che lo divide dal suo sogno.

Avete presente il mito della Caverna? Platone scrive di tre uomini che nascono, crescono e vivono incatenati in una caverna, con lo sguardo rivolto solo contro una parete, un muro eretto alle loro spalle e sovrastato solo da ombre che un fuoco proietta e rende visibili ai tre uomini. Suoni, emozioni, voci per i tre rimangono solo collegate a quelle ombre: quello è il loro mondo. Nulla più.

Anche Truman è nato, ha vissuto, in un mondo costruito su misura per lui, il più grande palcoscenico per il primo reality, che si offre agli occhi del mondo fin dalla nascita del piccolo Burbank. Il suo Creatore-regista ne induce paure, stimola reazioni, simula tranquillità e regolarità, all’insaputa di un Truman attore inconsapevole, che pensa di liberamente vivere la vita. Anche il mare sarebbe stato così dolce, come l’accarezzare la battigia delle onde nelle serate estive, se solo qualcuno non avesse creato nel mare il più grande limite di Truman. Se qualcuno non avesse creato quel limite.

Truman non vivrà, fino a che l’ardere del sacro fuoco del sogno non sarà forte al punto di combattere, a viso aperto, la paura.

Come gli uomini della caverna, anche Truman assaporerà il dolore della realtà, prendendo contezza del peso delle catene che l’attenagliano: oltre quel mare, che mai aveva saputo cavalcare, incrocerà il suo muro. Muro che ognuno di noi avrà costruito, quando forte sarà la stanchezza dei giorni della lotta.

Per ogni passo indietro che si è stati costretti a recuperare.

Per ogni sconfitta, quando si è dato tutto.

Per quando ci hanno insegnato che siamo diversi, che siamo una questione.

 

Non sapremo mai se il mondo fuori dal grande palcoscenico, sarà stato migliore per il nuovo Burbank: se aprendo quella porta, la libertà avrà avuto un aspetto dolce, semplice e felice, il regista di The Truman Show, non ce lo dirà mai.

Ma scoprire cosa si nasconde dietro i confini, cosa c’è di nuovo oltre gli stereotipi, combattere con l’arma della curiosità i luoghi comuni, è l’unico modo di un uomo per vivere appieno: sarebbe talmente piccolo questo nostro mondo se non vi fosse l’ardere della conoscenza e del sogno.

Truman allora è amico, come specchio per i disadattati. Speranza di rivincita. Di chi si sbatte forte in una vita che non è la propria e nella quale non si è scelto di nascere. E contro la quale ci si ribella, una volta, due, fino a cento. Fino a che, come Truman, si possa scegliere almeno come viverla. Truman sono io, siamo noi. Siamo tutti. Ognuno nella propria fase, dell’inconsapevolezza o già della reazione, siamo umani figli del nostro tempo. Non scegliamo il mondo in cui viviamo, non ne condividiamo spesso i valori. Incrociamo muri eretti da altri, gli stessi altri per cui smettiamo di credere in noi stessi.

Ma se il travolgente infrangersi delle onde della paura non sarà mai vigoroso quanto l’impeto e la forza del desiderio, allora i limiti che la società ha segnato per noi saranno solo un obiettivo e mai un ostacolo.

La Rivoluzione e la Bellezza siamo noi, con i nostri sogni e senza più le paure a cui ci hanno abituato.

 

OPERA ISPIRATRICE

The Truman Show

Meridionale, osservatore critico per passione, studente in Giurisprudenza.

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