Osiamo piu’ Europa!

A volte un vero Europeista e’ euroscettico. Come si puo’ credere nel federalismo europeo e riconoscersi nell’Unione europea di oggi? Come si puo’ credere nell’Europa di Ventotene e allo stesso tempo sostenere quella di Juncker?

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa era una bella idea. Si trattava di porre fine a guerre e imperi coloniali e creare qualcosa di diverso dal regime del Capitale degli USA e quello del Partito dell’URSS. Poi la guerra fredda ha iniziato a scemare e l’idea europea e’ diventata meno eroica e piu’ strumentale. I francesi soprattutto (ad esempio Jacques Delors) pensarono a fare l’Euro anche per contenere la forza di una Germania finalmente riunificata. Ancora a inizio millennio c’era ottimismo. Qui pero’ sono cominciati i guai seri.

In complicita’ con gli USA e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), da fine anni Novanta l’Unione europea inizia a mostrare il suo volto piu’ sinistro (leggi: liberista) in Europa dell’Est. Armate di economisti, giuristi e politologi preparano il ritorno dei paesi socialisti nella grande famiglia europea. Ma e’ ahime’ un ritorno da subordinati, fratelli minori; utili soprattutto a portare manodopera qualificata e a basso costo al grande capitale americano, britannico, olandese, tedesco, anche italiano. Triste destino, per una regione che e’ troppo spesso associata a luoghi comuni di poverta’ e ritardo economico: Budapest nel 1894 fu la prima citta’ sul continente ad avere una metropolitana, mentre la Cecoslovacchia del 1919 era il decimo paese economicamente piu’ avanzato al mondo. Ma tant’e’: la voglia di allontanarsi dal socialismo reale e la collaborazione di “tecnici” locali spesso formati in Occidente (senti senti…) portano in pochi anni le terre dal Baltico al Mar Nero al mercato, alla democrazia e all’ingresso nell’Unione europea.

E’ un ingresso doloroso, al di la’ delle retoriche ufficiali e nonostante una serie di miglioramenti reali. Ancora nel 2018, si tenga presente che il Pil pro capite ceco e’ appena superiore a quello della Grecia, mentre la Polonia del “miracolo economico” sta dietro all’Argentina. C’e’ da sorprendersi dunque che le classi dirigenti dell’Est abbiano tirato fuori dall’armadio le bandiere di nazionalismo, Cristianita’, purezza culturale, e tutto l’armamentario che di solito chiamiamo “populista” o nazionalista? C’e’ da sorprendersi del fenomeno Orban in Ungheria, che tanto sembra attrarre Salvini?

L’UE di oggi – diciamolo chiaro – e’ un ibrido dal cuore ordo-liberista, secondo un modello politico economico sviluppato in Germania e fondato su stato forte, regole rigorose, e austerita’ elevata a dogma. E’ una versione “teutonica” del liberismo e, sia chiaro, riflette un’etica profonda, rigorosa, senza compromessi. Il problema e’ che l’Europa e’ plurale e un set di idee cosi’ rigide, a prescindere dalle scelte politiche, non puo’ funzionare per un continente di diversita’. Neppure funziona per tutti i tedeschi – chiedetelo a chi sopravvive con i “mini-jobs”.

L’Europa ordo-liberale, compiuta la sua missione a Est, ha da anni volto il suo sguardo a Sud. Che c’e’ di meglio che disciplinare greci e spagnoli ubriacatisi a comprare case (Ma…con soldi di banche tedesche…???) o dare una sistemata ai soliti corrotti e spendaccioni del Bel Paese? In Italia poi quante belle imprese pubbliche e private da comprare, magari a basso costo?  Quante pregiate imprese familiari delle quali condividere i profitti? Fermiamoci qui.

Unire la diversita’ non e’ semplice e neppure auspicabile, se il risultato e’ uniformazione. L’Europa e’ competitiva proprio se e’ diversa, come sanno bene stati di dimensioni continentali quali USA, India o Cina. Si puo’ permettere questa diversita’ pero’ solo se e’ piu’ forti. In che modo?

Come sempre, occorre ripartire da un’educazione piu’ europea. Il solito slogan? No, non si tratta di imparare di piu’ e meglio lunghi elenchi di istituzioni o nomi di personaggi in varie lingue. Si tratta invece di capire e studiare la diversita’ delle storie europee, che si sono cristallizzate in stati diversi ma anche intrecciate nei modi piu’ impensati, con Normanni a fare la spola tra Nord e Sud, Turchi tra Est e Ovest, e via discorrendo. Gli stati nazionali in fondo sono giunti assai tardi, standardizzando e omogeneizzando differenze di millenni.

Occorrono poi un vero Parlamento europeo e una Banca Centrale che promuova crescita e non solo stabilita’; un governo, dai poteri magari limitati ma chiari, che affianchi la Banca Centrale nella gestione dell’Euro e crei sviluppo, ad esempio promuovendo innovazione e adottando un reddito di cittadinanza per tutta l’Unione. Vogliamo poi che ogni stato continui ad andare per conto suo e tutti rimaniamo dipendenti dal petrolio arabo o russo o piuttosto costruiamo un’Europa dell’ energia pulita, che ormai e’ una necessita’ – non piu’ un lusso?

Sono proposte che, tra l’altro, vengono condivise anche da personaggi come il ben noto Paolo Savona. Cerchiamo di crescere come Europei e non di dividerci – trovarsi a meta’ strada e’ possibile e allora avremo il rigorismo tedesco, il municipalismo italiano, l’imprenditorialita’ olandese, la versatilita’ linguistica dell’Est Europa, e via dicendo, tutti insieme e nelle giuste proporzioni.

Se l’Europa si affida a troike o diktat, ha gli anni (forse i mesi) contati. Se continua a essere strumento di grandi corporations e basta, non vale neppure la pena continuare; USA, Cina, in futuro anche India, lo sanno fare meglio.

Mi piace ricordare un politico di neppure troppi anni fa, Willy Brandt, che primo tra i leaders tedeschi si mise in ginocchio di fronte al monumento ai caduti del ghetto di Varsavia; era il 1970. Brandt soleva ripetere che abbiamo bisogno di piu’, non meno, democrazia – Wir wollen mehr Democratie wagen. Ecco, ora dobbiamo osare piu’ Europa; ma una nostra, cittadina, non quella di Bruxelles.

Ringraziamenti a Giovanni Biava e Giovine Europa Now.

 

OPERA ISPIRATRICE

Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto (1941) di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, reperibile qui

Ernesto Gallo insegna in Relazioni Internazionali a Regent’s University London.

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