L’euroscetticismo è davvero un disvalore?

La democrazia è una fede. E sempre più sovente i momenti di fede sono squarciati dal pragmatismo dell’ opportunità e dall’impellenza della necessità. Essere uomini di fede ed assertori convinti della democrazia italiana è una cosa sostanzialmente coincidente, oggi: il dogma della Verginità come il dogma dell’imparzialità del Presidente della Repubblica. O ci credi, anche quando la concretezza del tuo ragionamento ti spinge a non farlo, o non hai fede. Non ti convinci di vivere realmente in una democrazia. E bisogna avere un credo talmente forte, seriamente intangibile, per non vacillare dopo gli accadimenti ultimi.

Inutile ripercorrere le tensioni di questi giorni, riassumibili nel veto al professor Paolo Savona, reo di aver espresso posizioni critiche nei confronti dello stato dei lavori dell’Unione Europea, unione economica tanto quanto poco politica. Con i rischi connessi di una situazione di questo tipo, che tende a governare, con le stesse formule, economie che sotto lo stesso tetto mostrano di non poter convivere. Risultato? La doppia corsa inversa fra Piigs e Paesi da Loden. Disastro, per i “porci”.

Un veto a tutela dei risparmiatori italiani e della collocazione europea dell’Italia, riferiscono dal Quirinale. Collocazione di bassissima considerazione, verrebbe da precisare. Ma questo poco importa. Evidentemente.

Importa parecchio il valore della propria opinione, piuttosto, alle masse di cittadini europei, lontane dalla comfort zone di ricchezza riservata ai pochi delle élite. Ci viene, in soccorso e per capire più intimamente il significato di euroscetticismo, Amartya Sen, indiano e premio Nobel, espressosi circa il valore della libertà in questa Unione: «Credo che il sentimento prevalente in Europa sia l’infelicità. Non misuro una sensazione soggettiva, registro uno status quo che nega le maggiori libertà umane. Se non trovo lavoro, o se sono malato e non posso curarmi, la mia libertà è impedita. […] Il tracollo europeo nasce da una politica d’austerità fallimentare che ha prodotto l’attuale scenario di povertà e disoccupazione. Lo dico da economista, perché la nostra è una scienza empirica. E una legge fondamentale dell’esperienza è imparare dagli errori. Il regime d’austerity, in vigore da anni, sta conducendo al baratro l’Europa». Nella categoria degli Euroscettici, Sen non sembra maledire l’Unione, sembra piuttosto denunciare la patologia che l’attenaglia. Nulla di vicino al sentimento di distruzione che troverebbe casa, secondo il main stream, nei cuori degli euroscettici. L’irreversibilità di questa Unione è evidente, per fortuna bisogna aggiungere, come Alleanza fra popoli e zona di libero scambio: ma irreversibili non possono essere politiche che dal Manifesto di Ventotene divergono in maniera palese. Che rischiano di mandare a monte un lavoro di cooperazione lungo più di mezzo secolo e che ha garantito un lunghissimo periodo di pace e benessere alla litigiosa Madre Europa.

L’euroscetticismo è, quindi, un disvalore? O forse bisogna amare così tanto l’Unione fra i popoli d’Europa, per capire che sotto i colpi dell’austerity essa si sta sgretolando?

Vengo al sodo, tornando alle questioni di cronaca attuale. Quello che proprio mi fa riflettere, evidentemente, è l’irrilevanza del dissenso. E quando a dissentire è la platea degli elettori a maggioranza, credo sia opportuno prestar orecchio a tal dissenso con un pizzico in più di sensibilità, evitando testa china a struzzo, su un’arroganza di posizioni che i più non condividono. Specie se il dissenso verte nei confronti di una collocazione europea che sta mortificando questo Paese. Ancor prima che questione costituzionale, Mattarella ha sollevato una questione politica: ha negato ad un economista, ma ancor più alla sua area politica, la possibilità di esercitare, come indirizzo politico dell’esecutivo, l’essenza della contrarietà alle politiche europee dell’ultimo decennio. Non una contrarietà all’Unione. Si badi bene a queste differenze.

L’irreversibilità delle scelte di Maastricht dovrà, e nei circuiti democratici sarà impossibile far diversamente perché ogni iniziativa verrà bloccata dai Garanti del sistema (che paradosso, questo), restare come un macigno sulle spalle degli italiani e degli europei. Siamo condannati alla stagnazione.

L’ultraeuropeismo come valore costituzionale, anzi come valore dominante costituzionale. Senza alternative. Di contro, l’euroscetticismo è inteso come male assoluto, necessariamente, fra i disvalori. Motivo per cui, proprio per respingere tale disvalore, un Presidente della Repubblica può arrogarsi il diritto di respingere una intera linea politica. Respingendo, di fatto, una maggioranza parlamentare.

Siamo sicuri possa farlo?

Ragioniamo, allora, sulla figura del Presidente della Repubblica. Ci si chieda se il suo potere “esuli dalla possibilità di sindacare sulle opinioni dei ministri” (Paolo Floris ). Esso può esercitare tutte le sue prerogative per tutelare la Costituzione e i valori che essa esprime. Ma può arrivare al punto di respingere una linea politica maggioritaria nel Paese pur di difendere una posizione? Potrebbe esser cosa ragionevole solo se si considerassero quali valori costituzionali non solo l’europeismo. Ma anche la subalternità nostra al potere teutonico. La secondarietà a cui è relegata l’espressione popolare del voto rispetto alla volontà dei mercati. La irrilevanza nel dibattito della questione italiana rispetto alle questioni finanziarie e alle soluzioni imposte dai teorici dell’austerity. Se questi valori oggi trovano spazio dentro la nostra Carta (introdotti col pareggio di bilancio in Costituzione, con rforma lampo e silenziosa?), se questi valori sono oggi fondanti la nostra democrazia, bene ha fatto Mattarella ad assumersi la responsabilità di spegnere sul nascere un governo gialloverde.

Ma se la subalternità, la secondarietà, l’irrilevanza non sono oggi valori accolti nella Carta, mentre l’Europa ci definisce scrocconi per imporli, allora lasciateci pensare che l’euroscetticismo non è un disvalore ma è il diritto di resistenza a quest’epoca infelice.

Non è prerogativa di un Presidente della Repubblica, in questo regime parlamentare (anche se la Dottrina Napolitano sul presidenzialismo di fatto, sembra aver dato nuova vita all’uso regio del potere, ora anche da parte di Sergio I), non può essere prerogativa del Capo di Stato italiano allora, bloccare una linea politica, anche se euroscettica. Oppure si ammetta che il Pdr abbia poteri di indirizzo politico che oltrepassano il limite dell’indirizzo politico costituzionale, quindi di semplice sguardo vigile perché non si travalichino le linee della Carta. E se ne traggano le conseguenze politiche.

Perché questa situazione, di fondo, rintraccia un problema di condivisione delle regole. E quando a non essere condivise sono le regole costituzionali, di legittimazione del voto, preoccupiamoci.

Non sarebbe più solo una questione di fede.

Meridionale, osservatore critico per passione, studente in Giurisprudenza.

2 opinioni riguardo a “L’euroscetticismo è davvero un disvalore?

  1. Grazie – condivido il messaggio. Amartya Sen, tra l’altro, e’ sempre stato un convinto europeista. A volte il miglior europeismo e’ l’euroscetticismo. Come si fa a non essere scettici verso questa UE?

  2. Concordo, non è certo questo lo spirito di Ventotene. È lì che si dovrebbe guardare a parer mio, un’Europa più unita è cosa diversa da quest’ Europa tenuta insieme solo dalla forza dei vincoli.

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